martedì 2 gennaio 2018

CONSUNTIVO ANNO PASSATO

E' passato un altro anno.
Cose belle e meno belle sono accadute per tutti noi. E sono accadute anche nel settore editoriale.
Il mercato nel suo complesso pare che abbia superato la fase critica, anche se oramai il fatto che i lettori italiani in rapporto a quelli degli altri Paesi leggano meno, è un dato acquisito: basta andare in una libreria abbastanza grande, per es. un Iperstore Feltrinelli, andare alla cassa e vedi queste file lunghissime e pensi: chissà quando ci spicceremo! E invece dopo cinque minuti sei fuori del negozio col tuo bravo pacchetto. Velocità delle casse? No. E' solo che vicino a uno che compra, ce ne sono in media tre che non comprano e che lo accompagnano. Tuttavia in questo mare piatto, alcune inziative spiccano.
A parte i singoli autori trainanti che fruttano sempre un certo successo commerciale (Glenn Cooper, Ken Follett, Dan Brown) e i vincitori di grandi premi della Critica, per es. il vincitore del Campiello, le collane che tirano son sempre le stesse. Nell'ambito del panorama librario della letteratura poliziesca, gli Oscar si presentanto con sempre nuovi titoli (anche derivati dall'archivio Gialli Mondadori); la collana Adelphi di Simenon, riesce sempre a sfornare qualche nuova delizia, per es. i racconti; la collana "I Bassotti" di Polillo, che nel settembre 2015 ha ripreso a sfornare titoli e su cui pochi scommettevano, pare che si sia ripresa: i titoli sfornati da allora sono stati molto allettanti, e parecchi hanno confermato il trend in crescita.
Poi ci sono i dati nuovi: c'è una collana basata sulle gesta di un commissario barese di tale Gabriella Genisi (Sonzogno), così come ce n'è u'altra, molto più allettante per chi come me si diletta di Mystery classico: è quella nata all'interno dle progetto editoriale di una piccola casa editrice, molto apprezzata per la sua politica editoriale: Lindau editore, una casa editrice torinese. Nell'ambto di tale casa editrice, notiamo la nascita di una collana direi direttamente collegata alla britannica British Library Crime Classics, per cui il mio buon conoscente Martin (Edwards) vincitore di un Edgar l'anno scorso, sforna quasi sempre prafazioni da leccarsi i baffi. Nell'ambito di questa neonata collana, si notano già alcuni titoli. Ovviamente non son sempre capolavori.Ma pur sempre si tratta di una uscita che porterà buone nuove. Finora sono usciti tre titoli: un Brandon, il titolo più debole; un Mavis Doriel Hay, appena uscito; e un Jenő Rejtő uno dei titoli più interessanti, anche perchè assolutamente sconosciuto: appena ne ho parlato, Martin Edwards e Igor Longo si sono interessati immediatamente. E' annunciato tra due mesi un piccolo capolavoro di Sprigg (autore di due Bassotti), di cui mi ha parlato benissimo Martin. Dopo è annunciato un Bude (altro autore inglese assolutamente sconosciuto da noi). Diciamo che questi sono i più interessanti regali del 2017. Ci sono è vero delle altre cosette, romanzi di Raichev per Elliot, e il fondamentale Gli omicidi dello zodiaco di Shimada (Collana M) della Giunti, però sostanzialmente il quadro è questo. Le note tristi, ancora una volta, le percepianmo per il settore edicola.
Ci vien da dire che "Il Giallo Mondadori" è una zattera in balia delle onde: non affonda, ma neanche solca le acque. Sembra che dica: salviamo il salvabile. Ma fino a quando si potrà salvare qualcosa? Si va avanti con ristampe più o meno decorose, e con qualche inedito che si distacca dal grigiore generale, tanto ad illudere gli ingenui, che il glorioso Giallo Mondadori, ci sia ancora.
Abbondano gli apocrifi di dubbio gusto, questi esecrabili apocrifi sherlockiani che vanno avanti da quattro anni, esecrabili perchè è tutta roba che negli Stati Uniti si vende a palate e che prende pochi spiccioli: anche lì il mercato è saturo e non sanno più che farsene. Ed ecco che arriva qualcuno che fa piazza pulita di tutto quello che c'è in giro e lo propone sugli scaffali delle edicole, nella collana prestigiosa del giallo Mondadori, neanche fosse merce preziosa, volumi introvabili, autori di grido: provate a ricordarvi a memoria chi sia stato l'autore dell'apocrifo di tre mesi fa e sicuramente non lo ricorderete. Dico tre mesi, ma potrei dire il mese scorso.
E tutta questa roba, sottrae speranze che testi più importanti possano essere più pubblicati!
Ma che mi frega di dieci, venti apocrifi che nessuno ricorderà tra un anno, quando con tutti quei soldi persi avremmo potuto avere almeno Gaudy Night di Sayers, Sudden Death di Crofts o i romanzi brevi di Don Diavolo di Clayton Rawson.
Dici: i diritti di Rawson sono tenuti da un agente che vuole la luna. E dagliela ! Dagli i soldi che vuole! Ma almeno fai un prodotto che verrà ricordato, un prodotto che potrebbe essere collocato nelle collane da libreria della Mondadori, negli Oscar per esempio.
A che serve sfornare 40 apocrifi di cui tutti si sono già dimenticati? Che lungimiranza editoriale sta dietro ad un'operazione che non porta alcun lustro, nè ricordo, nè apprezzamento da parte di utenti e viene snobbato da altri? Solo soldi buttati. Nulla di nulla.
Vado a caso: Amy Thomas: Il mistero delle api avvelenate. Non faccio mai commnenti sugli autori. Mai. Ma quest'autrice l'avete mai conosciuta? Si distingue per essere una sherlockiana. OK. Ha scritto questo romanzo: OK. Rendiamole merito. Ma al di là di questo? Nulla. Faccio la domanda ad uno qualsiasi: l'ho fatta ad un amico che compra gialli da una vita e li procura pure. Chi è? Non lo so. Sta tutto qui. Lui si è messo pure a ridere e ha detto: ma ti li leggi questi libri? Perchè sa che ne ho comprati due. I primi due. Poi niente più.
Tutti questo romanzieri sono illustri sconosciuti, gente che ha scritto un romanzo su S.H. o una serie come ad es. David Stuart Davies. Ma che al di là di quello non sono conosciuti. E quindi i loro diritti editoriali sono minimi. Però devono essere tradotti. E come vado dicendo, nonostante per la traduzione si faccia un contratto, per minime che possano essere le spettanze, soldi ne sono stati spesi. E parecchi visto che siamo arrivati al volume 41!
Mauro è sempre più sconsolato, Igor non c'è più, e il timone di questa nave in gran tempesta lo tiene un nocchiero che saprà anche scrivere romanzi (non lo metto in dubbio), ma che non sa trarre vantaggio dalle conoscenze di quelli che gli stanno (e gli stavano) attorno.
A che serve Mauro Boncompagni relegato a fare le ristampe, quando chiunque con un minimo di raziocinio potrebbe farle, anzichè trarre giovamento dalla sua cultura, dalla sua biblioteca ricchissima di prime edizioni che a ben donde sarebbero potute essere tradotte da Mondadori e invece vengono prestate a Polillo perchè dei Bassotti nuovi si aggiungano ai passati?
A che serve essersi privati della presenza e dell'apporto di Igor Longo?
A nulla.
Resta Forte nel suo Fort (scusate il gioco di parole) Apache.
Auguri per un buon 2018 !
Spero non l'ultimo.

P. De Palma


lunedì 18 dicembre 2017

Rex Stout : I Quattro Cantoni (Prisoner’s Base, 1952) – trad. Gianni Montanari – I Classici del Giallo N. 730, Mondadori, 1995

Siccome io sono fondamentalemnte un  amante del mystery classico, i Nero Wolfe che adoro sono quelli che arrivano alla fine della seconda guerra mondiale. Quindi: La traccia del serpente, La guardia al toro, Sei per uno, La scatola rossa, Alta cucina, etc…: ci siamo capiti! Ma non è detto che qualche Stout più posteriore non mi piaccia. Tempo fa per esempio ho recensito qui un buon Nero Wolfe che si snocciola con delle partite di scacchi (Gambit), mentre oggi parlo di un Nero Wolfe del 1952: I Quattro Cantoni.
Innazitutto è uno di quei romanzi di Stout con Nero Wolfe che si pensò fosse necessario rinverdire, affidandolo per la nuova traduzione a Gianni Montanari (traduzione integrale, pertanto).  E poi ha una introduzione interessante firmata da William De Andrea, scrittore statunitense vincitore di ben 2 Edgar Awards, di cui la Mondadori pubblicò tutti i romanzi all’inizio degli anni ’90.
Priscilla Eads, giovane ereditiera, per motivi propri sbarca a casa di Nero Wolfe e senza che lui lo sappia, vuole sistemarsi nella sua casa, pagando per vitto e alloggio 50 dollari al giorno per una settimana. Archie Goodwin la metterebbe alla porta, se non si trattasse di una avvenente fanciulla, per cui ne sposa i motivi che l’hanno portata lì e dopo averla sistemata al primo piano in una stanzetta, sottopone semmai la cosa a Nero Wolfe, che vorrebbe in un primo tempo metterla alla porta, salvo poi ripensarci quando si precipita in casa sua, tale Perry Helmar, avvocato e legale della Softdown Incorporated, una industria che crea e distribuisce salviette. Questo Perry Helmar gli chiede di ritrovare una ereditiera, e quando mostra la foto, Archie riconosce in lei la giovane che è al piano di sopra. Dopo averlo liquidato e aver capito chi sia la giovane, Wolfe per accondiscendere alle sue pretese, chiede diecimila dollari, che la giovane si rifiuta di accordargli. Qualche ora dopo Archie viene a sapere che la giovane, al suo arrivo a casa è stata strangolata. Ma prima che ciò accadesse, l’assassino ha prima strangolato la  cameriera personale di Priscilla rubandole le chiavi di casa Eads per tendere alla giovane un agguato in casa sua.
Archie si sente coinvolto in prima persona: aveva assicurato alla giovane che Wolfe l’avrebbe ospitata ed invece così non è stato; per di più se l’avesse messa alla porta subito, la stessa avrebbe potuto trovarsi altra sistemazione congeniale e quindi si sarebbe salvata. Nero Wolfe invece non si sente minimamente toccato dalla morte della giovane.
Accade però che sulla borsa abbiano trovato le impronte di Goodwin: aveva aiutato a giovane a portarla quando era a casa di Wolfe. Viene quindi arrestato, anche perchè è andato ad interrogare qualcuno dei consiglieri, dicendo di essere un investigatore e contando che gli altri avrebbero pensato che fosse un poliziotto; però viene  poi scagionato. Tanto basta però per Nero Wolfe, a scendere in campo, per il suo cliente: Archie lo ha assunto.
Archie si reca quindi ad interrogare quelli che  avevano un qualche motivo per ucciderla: i componenti del consiglio di amministrazione della società alla cui direzione sarebbe andata Priscilla quando sette giorni dopo, il 30 giugno, avrebbe compiuto 25 anni. Alcuni collaborano altri no. C’è anche Sarah Jaffee, la figlia di un altro componente del consiglio, Arthur Gilliam, che però era morto tempo prima e alla quale l’ex padrone dell’azienda aveva lasciato il dieci per cento del pacchetto azionario della società da lui fondata.
Un ulteriore siviluppo si ha quando si viene  a sapere che l’ereditiera anni prima si era sposata all’estero e aveva divorziato tre mesi dopo; tuttavia nel frangente dei tre mesi aveva fatto una sciocchezza: aveva firmato un pezzo di carta nel quale autorizzava il marito  ad ereditare  la metà delle sue sostanze, all’atto in cui le avesse ereditate, e che probabilmente aveva valore anche dopo il divorzio.
Quindi in sostanza, coloro che avrebbero avuto un qualche vantaggio dalla sua morte, sarebbero stati: l’ex marito Eric Hagh (rappresentato dal suo avvocato, tale Albert M. Irby, detto Irby Il Rugiadoso), e i componenti del consiglio di amministrazione, che per un motivo o per l’altro non vedevano di buon occhio la salita di Priscilla “alla direzione della baracca”: Jay L. Brucker, Olivier Pitkin, Perry Helmar, Viola Duday, Bernard Quest. Però il marito avrebbe avuto la sua parter anche se lei fosse stata in vita; anzi, così, diventa più difficile far valere le proprie velleità, perchè chi aveva firmato è morta, e gli altri negano la veridicità dell’atto.
Wolfe, siccome non ha elementi in mano, per capirci qualcosa, convince la Signora Jaffee, grazie alla persuasione di Goodwin, ad intentare causa agli altri affinchè il tribunale, finchè non riesca a catturare l’assassino delle due donne, posto che probabilmente sia uno degli eredi (tutti erediterebbero un gran bel po’ di azioni della compagnia), neghi a tutti di utilizzare anche un solo cent della loro eredità. Lo scopo di tutto, è riuscire a convincere tutti ad andare in casa sua ed essere da lui interrogati, per scongiurare la richiesta della Jaffee al Tribunale. Dopo che tutti hanno risposto alle sue domande, Wolfe dice a Goodwin che qualcosa l’ha ricavata anche se gli pare una debole traccia. Tuttavia quella notte anche Sarah Jaffee, nonostante si sia rivolta in extremis nel cuore della notte a Goodwin per avere aiuto (si è accorta che qualcuno nello studio di Wolfe gli ha sottratto le chiavi di casa e teme che anche lei possa essere in pericolo di vita), viene uccisa.
Questa volta sono gli organi di polizia a rivolgersi a Goodwin, che ha chiesto di collaborare con l’Ispettore Cramer, perchè acconsenta a prestare casa sua per una ripetizione dell’incontro della sera prima con tutti coloro che erano lì presenti (compreso Andy Formos, il marito della cameriera che Priscilla voleva entrasse in un nuovo consiglio dia mministrazione che lei avrebbe presieduto dopo la sua elezione, che pertanto vuole ricavarci qualcosa, oltre a capire chi abbia ucciso la consorte). In quell’occasione Wolfe, con un ragionamento sbalorditivo, inchioderà l’assassino delle tre donne.
Almeno questo romanzo un dubbio me lo ha eliminato: avevo ben impressa in mente la figura di Archie Goodwin, interpretata da Paolo Ferrari (sornione, accattivante, attratto dalle belle donne) e la applicavo all figura di carta dei romanzi di Rex Stout. Francamente, non ero ben sicuro che tale decalcomania fosse ben adatta a lui, ma dopo aver letto questo libro, posso dire di no: Archie Goodwin segretario, factotum di Nero Wolfe, non è minimamente conformabile alle altre spalle della letteratura poliziesca. L’unico che supera in sagacia è il Capitano Hastings, ingenuo compagno di Poirot, ma per il resto…Qui ne combina di tutti i colori per esempio, e per giunta la sua improvvisazione e la sua mancanza di ragionamento hanno un effetto nel primo delitto mentre favoriscono il secondo. Neanche a farlo apposta, ne pagano le conseguenze due avvenenti donne: una di venticinque, l’altra di ventinove anni. Inoltre, per troppa implicazione personale nei fatti, non riesce a dare il contributo che in altre occasioni avrebbe assicurato.
Wolfe invece è al top della forma. E nonostante in questo romanzo manchino alcune caratterizzazioni presenti altrove (la parte del cuoco Fritz Brenner è ridotta all’osso, e siccome non si parla di orchidee, manca del tutto quella di Theodore Horstmann, giardiniere di Wolfe), tuttavia Saul Panzer, investigatore privato fidato di Wolfe ha una parte rilevante perchè grazie a lui Wolfe acquisisce le informazioni vitali che gli servono per smascherare l’assassino.
Tuttavia è bene indicare che qui, come ricorda De Andrea nella Prefazione, è presente uno dei rari casi di finale fenomenale, nella carriera di Wolfe, in cui in virtù di un ragionamento scoppiettante, tutti i tasselli vanno al loro posto, e l’assassino viene smascherato cin una trovat geniale: tutto si incentra sul furto delle chiavi. Perchè nel caso dello strangolamento della cameriera, non aveva rubato la borsa ma aveva sceltro la strada più difficile andando a rubare le singole chiavi? E perchè l’aveva uccisa? Non perchè lei l’avesse riconosciuto, e quindi lui si fosse trovato nella necessità di ucciderla, ma per il motivo opposto, cioè perchè lui sapeva che lei non l’avrebbe riconosciuto.
Ragionamento non capibile? Sì è vero, ma lo è anche perchè non si è letto il romanzo. Ecco perchè qui è necessario procacciarselo. Per gustare cioè la rivelazione finale che è  davvero sbalorditiva, in funzione di quello che abbiamo riferito.
Al di là di questo, l’andamento del romanzo mi è sembrato, stilisticamente troppo lento e talvolta anche tedioso, fatto anche di una inutilità di dettagli che mi sono parsi più rallentare che velocizzare l’azione; a questo contribuisce anche il fatto che l’azione è portata avanti in prima persona, da parte di Goodwin, che ha una parte rilevante nella tenuta del romanzo. Tuttavia, l’incentrare quasi tutta la  sostanza e il movimento del romanzo sulla sua persona – con movenze che talora ricordano il romanzo Hard-Boiled -che nel romanzo peraltrò è insignificante per la sua risoluzione, anzichè su quella di Wolfe, che nei suoi gusti culinari e nelle sue passioni connesse alla floricultura, costituisce un personaggio da gustare ogni volta nelle sue sfaccettature, toglie nerbo alla storia; e l’azione molto spesso è solo una ripetitività di gesti e di situazioni, che hanno sì la funzione di testimoniare lo svolgimento delle cose accadute in giornata, ma anche tolgono talora mordente all’azione vera e propria.
In sostanza, forse qui, una traduzione più snella, sarebbe stato un montaggio più efficace mi sembra allo svolgersi della storia.

Pietro De Palma

sabato 2 dicembre 2017

Ngaio Marsh : Scaglie di giustizia (Scales of Justice, 1955) - trad. Pietro Ferrari - I Classici del G.M. N°735 del 1995



Nella mia attività di critico a tempo perso e di blogger ho conosciuto parecchia gente: alcuni sono diventati amici, altri li ho persi strada facendo. Di questi, qualcuno l‘ho ritrovato ogni tanto, per es. Bernardo Cicchetti, Luca Conti, Giuseppina La Ciura; altri li ho irrimediabilmente persi. Però siccome il mondo è fatto a scale, se ne ho persi taluni, talaltri li ho acquistati. Mi è capitato, per es. di conoscere tempo fa, un ragazzo diciottenne che ha cominciato a seguirmi, soprattutto su Anobii, e poi anche sui miei blog, appassionato del mio stesso “pallino”, le Camere Chiuse, ma  anche di tutto il genere poliziesco. Un  ragazzo che sta aprendosi e quindi ha bisogno di una guida. Un bel giorno, parlando del più e del meno, gli ho rivelato una mia insoddisfazione: non aver potuto mai leggere un certo romanzo di Ngaio Marsh, il mio autore preferito, assieme a Carr ed Ellery Queen. Lui, in men che non si dica, più esperto del sottoscritto nel cercare articoli da comprare su internet, l’ha acquistato e poi me l’ha regalato. Io non ho potuto che ricambiare questo suo atto, regalandogli a mia volta sei romanzi che non possedeva.
Il romanzo in questione è Scales of Justice di Ngaio Marsh. Romanzo del 1955, è il diciottetimo con Roderick  Alleyn, figlio di una lady, fratello di un baronetto, un nobile che alla carriera diplomatica ha preferito  la scalata lenta di una professione maltrattata ma di grande presa: quella del poliziotto. Un poliziotto nobile. Ce n’è stato un altro, “figlio” di un’altra delle 4 Crime Queen, Dorothy Sayers: Lord Peter Whimsey. Ma quello è un nobile che si improvvisa detective, un po’ per snobismo un po’ per passione; qui invece abbiamo un nobile che ha scelto, come lavoro, fare il poliziotto: partendo dalla gavetta, da semplice Ispettore. In questo romanzo lo troviamo Ispettore Capo, seguito come un’ombra dal suo “aiuto” l’Ispettore Brer Fox.
La nota interessante è che lo troviamo ad operare in un panorama fiabesco, in una angolo del vecchio mondo feudale britannico, in cui quattro famiglie, i Cartarette, i Syce, i Lacklander e in Danberry-Phinn, da secoli eredi dei propri tradizionali blasoni, sono unite, più o meno saldamente. L’evento che le fa irrimediabilmente venire a contatto, è la morte del vecchio Sir Harold Lacklander, ambasciatore molto attivo e di grande prestigio durante la seconda guerra mondiale. Prima di morire ha lasciato l’incombenza gravosa di pubblicare le sue memorie, al suo amico, il Colonnello Cartarette: gravosa soprattutto perché sicuramente verrà affrontato il tema della morte del rampollo  di una delle quattro famiglie nobili, il giovane Ludovic Danberry-Phinn, che aveva lavorato con Sir Harold durante la guerra, venendo coinvolto in una fuga di notizie che aveva portato i nazisti a vincere la concorrenza inglese, cioè di una potenza ostile, nella gestione  di un certo affare di un paese neutrale: ne era seguito il suo suicidio. Ora Sir Harold probabilmente voleva in maniera postuma riabilitarne la memoria. Ma come?
Tutti temono questa estrema volontà del vecchio. Principalmente i familiari stretti di Sir Harold che temono il peggio, cioè di essere coinvolti direttamente e di pagare il disonore della morte del giovane Ludovic con il disonore di qualcun altro.
E’ evidente che cerchino di convincere il vecchio Cartarette a non pronunciarsi e a non pubblicare il controverso settimo capitolo; ma il colonnello è tutto d’un pezzo, e anche se gli viene minacciata la rottura del fidanzamento tra sua figlia Rose e Mark Lacklander, il figlio di George Lacklander, figlio primogenito di Harold e ora divenuto baronetto, non si scompone e tiene duro.
Tuttavia vuole prima parlarne a Octavius Danberry-Phinn, il padre di Ludovic, che dopo la tragedia del figlio ha smarrito se stesso, perdendo anche la moglie e vivendo con una miriade di gatti: ha la passione della pesca delle trote come pure Cartarette, e spesso litigano perché i Lacklander, padroni in sostanza di Swevenings, un piccolo paese, hanno affittato ai loro due amici i tratti del Chyne, il fiume che scorre attraverso i suoi prati, le cui acque sono piene di trote. I due sono soprattutto avversari volendo entrambi catturare “Il vecchio amico”, una trota di eccezionale peso, oltre due chili, che è la dannazione dei pescatori.
Nel pomeriggio avanzato che il colonnello deve parlare del manoscritto a Octavius, e poi alla vedova di Sir Harold, e poi andare a pescare, accade l’imprevisto: l’infermiera Kettle, che abita nella stessa proprietà abitata da Danberry-Phin , costeggiando il Chyne vicino al punto dove vanno a pescare le trote, vicino a dei salici piangenti, trova il cadavere del colonnello, assassinato.
Sente come se sia spiata, e non vorrebbe lasciare lì il cadavere, ma deve pur avvisare qualcuno e così va a cercare aiuto dai Lacklander, che chiedono che se ne occupi un loro pari grado, cioè Roderick Alleyn, Ispettore Capo di Scotland Yard e figlio di baronetti. Intanto è venuto a piovere a dirotto e si evita che le poche tracce vadano via.
Le indagini partono subito e l’analisi dei reperti, mette in luce delle stranezze: viene trovata la grossa trota all’origine delle liti tra Cartarette e Danberry-Phin, accanto al cadavere, con dell’erba tagliata ed un coltello, come se il colonnello stesse per fare con l’erba una specie di canestro per il pesce; la cosa strana è che la trota era stata precedentemente pescata da Octavius che aveva sconfinato e da lì era nata l’ennesima lite: il colonnello con la sua integerrima onestà non si sarebbe mai appropriato del pesce. E allora? Alleyn è convinto che ce ne fosse un altro di pesce che è stato sostituito, pesce che verrà trovato da Kitty Cartarette, la vedova del colonnello, mezzo spolpato da una grossa gatta di Octavius. La prova di questo è data dall’esame minuzioso della trota, che permette di trovare altre scaglie, le cosiddette “scaglie di giustizia”, che permettono di stabilire come esse fossero di altra trota. Le scaglie sono come delle impronte digitali: ce ne saranno di uguali solo se il pesce abbia avuto stessa storia, habitat di caccia, età di un altro. E queste non lo sono. Inoltre viene trovato un lurido straccio usato dalla vedova di Sir Harold quando va a dipingere, con macchie di colori ma anche puzzolente di pesce, in cui vengono trovate l e scaglie di entrambe le trote.
Il colonnello è morto a causa di una profonda ferita alla testa, inferta a brevissima distanza: si ipotizza che l’omicida abbia fatto uso di un barchino per andare sul fiume, trasportato dalla corrente, che segue sempre lo stesso iter andandosi ad incagliare proprio davanti al luogo dove è stato trovato il cadavere. Questo perché non sono state trovate impronte dal sentiero sino alla macchia dei salici, oltre quelle dell’infermiera. Il colonnello prima è stato tramortito, per mezzo un grosso bastone o un ombrello o una racchetta da tennis o una mazza da golf, e poi qualcuno, con disumana ferocia, appoggiando alla tempia sinistra il bastone estensibile dello sgabello usato dalla vecchia Lacklander quando va a dipingere, si è seduto sopra, fino a trafiggere in profondità il cranio e il cervello.
Le indagini seguono due filoni: quello della pesca di frodo ( e il colpevole sarebbe Octavius allora), e quello della pubblicazione del manoscritto di Sir Harold (nel qual caso i colpevoli sono George Lacklander e la madre, il figlio Mark). Il parco sospettabili potrebbe aprirsi anche a Kitty, perché amoreggia con George, e a Rose Cartarette, innamorata del padre, ma anche di Mark. E finanche del capitano Syce, vecchio amico di Cartarette, che era l’amante di Kitty a Singapore, e dopo averla persa lì, l’ha ritrovata come vicina, essendosi ella sposata a Cartarette, dopo esser stata a Singapore presentata al colonnello. Anche Kitty è di estrazione nobiliare, forse di lignaggio maggiore ai Lacklander.  Syce, sarebbe escluso dai sospetti solo per effetto di una lombaggine, per cui è stato curato da Kettle che se ne è innamorata. Tuttavia qualcuno afferisce di aver visto, in un’ora in cui sarebbe dovuto essere a riposo, il capitano Syce in piedi, a lanciare frecce con un arco da sessanta libre. Una delle frecce viene trovata insanguinata. E del resto la stessa ferita da freccia è compatibile con quella trovata sulla tempia del colonnello.
Alleyn sequestra tutti i vestiti e calzature e calze dei sospettabili, per farli analizzare, allo scopo di trovare le scaglie di entrambe le trote: sarebbe una prova schiacciante. Del resto ha trovato, sulla carcassa della trota spolpata dal gatto, le tracce di qualcosa di acuminato, come dei piccoli chiodi e la traccia di una ferita triangolare, e ricostruisce la scena: l’assassino dopo aver ucciso il colonnello presumibilmente sedendosi sopra oppure infilzandolo con la punta di una freccia, deve esser scivolato pestando l’altra trota, che è rimasta al suo posto perché appoggiata ad una pietra triangolare. E poi deve aver sostituito la trota con l’altra molto più grossa.
Trovando il capitolo scomparso del manoscritto, ricostruirà la storia, e anche l’identità dell’assassino, feroce e abominevole che ha ucciso per motivi abietti e poi ha modificato la scena del delitto indossando dei vestiti e delle calzature non proprie, per addossare la colpa ad altri.
Prima dell’indicazione dell’omicida da parte di Alleyn, proprio l’omicida sarà contrapposto all’infermiera Kettle, innamorata del capitano Syce, che difenderà a spada tratta, così come difenderà tutti i Lacklander, in quanto famiglia e in quanto nobili terrieri, un po’ la stessa difesa dei Danberry-Phin nei confronti dei Lacklander.
L’ultima scena è una di amore tra l’infermiera Kettle e il Capitano Syce: il capitano per lei promette di non bere più whisky e di essere degno del suo amore.
Intanto diciamo che questo è tra tutti i romanzi sinora letti di Marsh, un grande capolavoro: non so se Il capolavoro assoluto, ma sicuramente una delle sue migliori opere. Ngaio, confeziona un grande affresco della provincia terriera inglese, parlando di quattro famiglie aristocratiche, con una scrittura estremamente sofisticata, ma che si legge assai facilmente, ed una introspezione psicologica che lascia poco al caso, riuscendo a caratterizzare meravigliosamente ogni personaggio.  E’ un whodunnit estremamente classico,  una storia  formale molto ben definita, che ricorda molto, ma veramente tanto, i romanzi della tipica crime fiction britannica degli anni '30 e '40 (in un certo senso è un romanzo "fuori tempo", come se per la Marsh non vi fosse stata la Guerra, e l'abbandono del whodunnit classico, anche se il secondo conflitto mondiale entra nella storia di striscio),ambientati nei villaggi rurali, dove il militare, il reverendo, le signore della buona società che partecipano ad eventi mondani per beneficenza, il baronetto sono sempre soggetti che la fanno da padrone: per certi versi questo è il romanzo della Marsh che più è vicino a quelli di Agatha Christie
Il romanzo è pieno zeppo di descrizioni, e si sa che le descrizioni sono l’asso nella manica di Nagio Marsh: quando descrive un angolo di paradiso potete stare sicuri che prima o poi  qualcosa di drammatico accadrà. Qui addirittura, si direbbe che il cattivo presagio sia contenuto in una canzone, un motivo molto melanconico associato ad una visione romantica: due giovani uniti in uno sguardo inequivocabile. Il motivetto, è quello di : Vieni, vieni Morte, ch’io sia nel triste cipresso adagiato. Del resto il connubio, amore-morte è sempre presente: in questo romanzo lo è particolarmente. Laddove vi è amore o sembrerebbe esserci, c’è sempre una nota sbagliata: c’è nella unione tra Kitty e il capitano Syce nel passato dei due, c’è nell’unione di Kitty con George, di Syce con Kettle, di Kitty con Cartarette, di Mark e Rose.
Farei anche una distinzione in merito all’identità sessuale dei caratteri: i personaggi maschili, austeri, sono sempre sfortunati o maledetti: Cartarette, simbolo di un mondo passato è assassinato; Octavius è disastrato emotivamente avendo perso figlio e moglie; Syce è disastrato anch’egli emotivamente, avendo perso l’amata andata sposa ad un suo compagno d’armi, e per di più è semi alcoolizzato; Harold, ha il rimorso di qualcosa appartenente al passato; George, perso nella sua estrema vanità, e nella vuota difesa di un prestigio nobiliare, è sottostimato da tutti, persino dalla madre. I personaggi femminili sono invece vincenti: Kettle è l’infermiera che scommette sempre in qualcosa di positivo; Rose è una donna che sembrerebbe indifesa perchè romantica ma è invece forte nella difesa del suo amore; Kitty è una femme fatale, forte; e anche fortissima è Lady Lacklander, decisa a difendere ad oltranza il suo regno e la memoria dei suo marito e della sua famiglia, con ogni mezzo. Se volgiamo anche Brer Fox, l’ombra di Alleyn è sfortunato, perché una mezza idea sull’infermiera, nel corso del romanzo la fa, ma poi capisce chye è una speranza vana. L’unico personaggio maschile forte e vincente è Alleryn. E qualcuno dei suoi sottoposti, per es. il sergente Oliphant della Polizia della Contea.
Ngaio riesce come sempre a dirigere un’orchestra composita di personaggi, ognuna con la propria personalità, riuscendo a far balenare per ciascuno il sospetto di qualcosa di recondito, oltre che quello che viene affermato.  E questo è un suo estremo virtuosismo: ha il controllo della macroforma, che manca per esempio in molti suoi altri colleghi britannici e soprattutto nei romanzi francesi. E così inventa un plot estremamente complesso, perché è il risultato di tre subplot, che come tre onde parallele con effetto sinusoide, continuamente si intrecciano e si interfacciano, gettando il lettore nel più completo sbigottimento. Francamente, la trota, lì gettata, fa sorgere il sospetto che la pesca c’entri poco con la morte del colonnello; e anche la rivelazione delle memorie del vecchio sir Harold c’entra poi nella realtà con il delitto? Ma se togliamo di mezzo questi due subplot, cosa ci resta? Un’indagine come tante altre, ma in cui i moventi sembrerebbero essere estremamente ridotti se non assenti. E allora, ecco che i due subplots ritornano, e sono proprio alcune loro conseguenze a gettare luce su un movente solare ma nascosto, e a inquadrare un omicida veramente spregevole: malvagio, invidioso, lussurioso, accidioso, iracondo. Si può dire che almeno 5 dei 7 peccati capitali siano nelle sue corde. Che uccide, si traveste per incriminare altri, e ottenere un diverso vantaggio. Che disprezza l’altrui comportamento, celando una miseria emotiva e spirituale veramente disarmante.
Quello che rimane, fino alla fine, è il sospetto che la stessa infermiera Kettle e lo stesso capitano Syce, che si capisce coltivino una tresca, siano innocenti davvero ed estranei al turbillon degli eventi, oppure in qualche modo anche loro vi entrino a far parte. Il capitano in realtà vi entra, ma di sfuggita, solo perché un suo comportamento ha una decisiva importanza poi negli eventi che accadono.
La struttura del romanzo è circolare: infatti comincia laddove finisce. Comincia con l’infermiera che osserva le curve delle colline, e del Chyne che vi scorre in mezzo, e le dimore delle quattro famiglie antiche del posto, e nel contempo osserva la cartina che lei vorrebbe completare, che diventasse come quella per visitare una certa attrazione turistica; e finisce, col capitano Syce che realizza quello che la sua infermiera agognava: una mappa figurata. E’ il regalo di un fidanzamento annunciato, tra due persone ognuna con la sua età e la sua storia, ognuna delle quali concede all’altra un po’ della sua attenzione e della sua stima: il capitano non tiene conto della condizione sociale dell’infermiera, ma guarda più avanti; l’infermiera non guarda alla condizione di alcoolismo come forma di depressione, del capitano ma vuole vedere in lui la capacità di volersi fermare sul declivio della fine, e invece di riprendere la salita. Questa volta con lei al fianco.
C’è anche nel romanzo di Marsh, ed è molto palese, una sorta di rivalutazione della piccola nobiltà terriera, quella parte sociale che ha tenuto per secoli nelle sue mani l’intreccio dei valori base della società: li mette alla berlina, ma solo per definirne meglio le forze di reazione, per far scaturire dai migliori soggetti, la volontà di ricominciare e di dare comunque l’esempio a chi non è di nobili natali come loro. Uno dei soggetti che esce meglio dalla tessitura del romanzo, è il vecchio Octavius: ritenuto un mezzo pazzo, sconvolto dalla morte del figlio prima e della moglie poi, ha sfogato il suo dolore nell’amore per i gatti e per pesca. Ma anche se avesse dovuto, umanamente parlando, avere un umano risentimento nei confronti dei vicini Lacklander, egli invece perdona, perché lo voleva il figlio, un’anima candida, che non ha tradito, ma è stato solo negligente, e anche quando tutti dovrebbero essere contro i Lacklander, lui tende la mano. E’ la vecchia Lady, alla fine del romanzo, che memore di qualcosa che un giorno si era spezzato, stringe la sua a quella di Octavius, rinsaldando un vincolo, defraudato dal tradimento e rinsaldato successivamente dalla stima e dall’aiuto del vassallo al suo signore. E’ un po’ come se il signore, riconoscesse un merito del vassallo e lo promuovesse nella condizione sociale.
Ed è anche come Ngaio Marsh, neozelandese per sempre, affermasse con convinzione: God Save the Queen!
Capolavoro.

Pietro De Palma