sabato 25 marzo 2017

Peter Curtis : Marcia mortale in tre tempi (Dead March in Three Keys,1940) – trad. Luisa Benassi – Tascabili Martello, I Gialli del Veliero N.8 , Aldo Martelli Editore, Milano, 1950.


Chi dice che le pubblicazioni della Mondadori hanno sviscerato il Giallo e che non ci sia più nulla da far emergere, si sbaglia di grosso: accanto alla Mondadori, si è mosso tutto un mondo di Case Editrici oramai scomparse. Semmai potremmo dire che la Mondadori abbia incarnato un secolo di pubblicazioni e sia ancora in piedi; ed in questo non sbaglieremmo. Anche le altre case, quelle scomparse, però hanno dato un contributo non indifferente al genere: per es. la Aldo Martello Editrice di Milano.
La collana che mise in piedi, I Gialli del Veliero, ancor oggi apprezzata dai collezionisti ed appassionati, proponeva dei volumetti formato tascabile (da qui il nome Tascabili Martello), di autori di nicchia, con delle belle copertine a colori. Tra essi, questo N.8, Marcia mortale in tre tempi, di Peter Curtis.
“Chi sarebbe costui?”, avrebbe detto Don Abbondio.
Peter Curtis era lo pseudonimo che Norah Lofts, nata Robinson (scrittrice molto apprezzata in Inghilterra fino agli anni settanta, e autrice di più di cinquanta opere più che altro di narrativa storica), scelse per le sue storie gialle: infatti pensava che così gli affezionati lettori delle sue opere più romantiche, non rimanessero sconvolti dalla trama di un omicidio. Insomma una scrittrice in qualche modo vicina a Georgette Heyer, anch’essa scrittrice di narrativa amorosa storica e gialli, ma che non aveva abbandonato il suo nominativo più famoso.
In realtà nelle trame, espresse con lo pseudonimo di Peter Curtis, la Lofts introdusse dei caratteri stilisticamente molto vicini alle sue più conosciute opere: per esempio  la grande preoccupazione per le condizioni dei più poveri nella società, incapaci a mutarle; e delle storie di amore.
Dead March in Three Keys, del 1940, fu il primo di quattro romanzi, che ottennero notevoli successi di pubblico tanto da venir trasposti anche in films: per es. You’re Best Alone fu trasposto nel film Guilt is My Shadow (1950), mentre The Devil’s Own (conosciuto anche come The Little Wax Doll e Catch As Catch Can) fu la base della sceneggiatura di The Witches, film del 1966 con Joan Fontane.
Qual è la trama di “Marcia mortale in tre tempi”?
Eloisa è una bellissima ragazza, vissuta quasi sempre protetta dalla sua bambinaia, Emilia; è per di più molto ricca, ed ha una cugina, che le assomiglia come una goccia d’acqua, ed è solo un po’ più “in carne” di lei. Antonia (questo il nome della cugina) a differenza di Eloisa ha pochi mezzi, ma molti pretendenti. Tra questi Riccardo Couwen, un rampollo che ha dissipato la propria fortuna e a cui dell’antica fortuna, rimane solo una vecchia villa. Tra Riccardo e Antonia nasce una passione esplosiva, ed i due diventano amanti: poveri ma belli, avrebbe recitato un famoso film italiano. Ma i due capiscono che senza i soldi non si va avanti e così, Riccardo progetta un piano per accalappiare su suggerimento della stessa Antonia, la cugina ricca di quella, Eloisa, mentre la stessa Antonia accetta la corte di Giosuè Meekin, un cinquantacinquenne ebreo ricco. I due, tuttavia, riescono, in barba ai rispettivi coniugi, a liberarsi dei pomeriggi e vivono infuocate ore di passione.
Un bel giorno, la crisi di Wall Street del 1929 porta alla rovina anche Giosuè che muore di un colpo apoplettico in quanto scopre di aver perso la sua fortuna, e la povera Antonia si ritrova con qualche pelliccia e gioiello, ma senza una casa, per cui si mette a cercare lavoro.
Il buon Riccardo, che nel frattempo è diventato padre, ma i cui rapporti con Eloisa si sono sempre più incrinati, trova così modo per portarla a casa sua e la povera Eloisa, non sospettando nulla della tresca dei due ( ma lo sospetta Emma, la sua tata), è ben contenta di ospitarla. Un bel giorno, anzi una bella notte, un trambusto turba la quiete della casa: Diana, la figlia dei due, sta male e Emma Plumé lo grida nella notte. Il buon Riccardo Curwen, che ha messo su la scusa dell’insonnia per essere più libero dal controllo della moglie, dormendo in altra stanza, e quindi recandosi ogni notte in camera di  Antonia, non pensa lì per lì a fingere, ed invece di uscire dalla porta di servizio, salire in soffitta e ridiscendere dalla parte della sua stanza, apre la porta della stanza di Atonia, trovandosi faccia a faccia con Emma e anche la moglie. Insomma, la tresca è scoperta, ed Antonia deve andare via.
A questo punto Antonia si cerca altra occupazione e la trova in specie di pensione per aristocratici dove trova parecchi amanti. La pensione si trova a poca distanza dalla villa di Eloisa e Riccardo, e perciò i due riescono in stanze d’albergo a rubare dei pomeriggi, uno nelle braccia dell’altra. Le cose però tra Riccardo e la moglie peggiorano quando Antonia deve andare via: Eloisa cade in profonde crisi nervose, Riccardo non resiste alla lontananza di Antonia, e questa è lontana. A questo punto Riccardo concepisce il piano di uxoricidio, piuttosto affascinante, che si conclude magnificamente per lui. Ma quando i due amanti sono sicuri di poter convivere assieme godendo dei soldi di Eloisa, Emma non ci vede chiaro e decide di investigare: sarà lei a far condannare Riccardo.
Magnificamente scritto, opera del 1940, Dead March in Three Keys è un thriller, con una alta tensione, narrato in prima persona, con soggetti che cambiano la prospettiva della narrazione, a seconda dei capitoli, che qui sono delle vere e proprie parti. L’autrice le chiama però “movimenti”. Ce ne sono 5. E’ come se fosse, quindi, una suite: una suite dell’omicidio, in 5 movimenti, di cui i primi tre formano “una marcia mortale in tre tempi”: il primo tempo è affidato alla narrazione in prima persona di Emma, che viene licenziata alla fine dell’estate, e la sua figura assunta da una istitutrice Myra Daffield, assunta per occuparsi di Diana; il secondo è affidato alla narrazione di Riccardo che narra gli antefatti del dramma e di come si sia arrivati a premeditare un uxoricidio; il terzo ad Antonia, che si presta ad assecondare Riccardo ma che è all’oscuro del progetto di assassinio di sua cugina, che si realizza durante la sua narrazione, senza che lei sappia mai come si sia svolto: apparentemente infatti Eloisa è morta per un colpo apoplettico. Causato però da cosa? Lei non lo saprà, ma intanto godrà assieme a lui dei soldi della vittima, ingannandosi che essa sia morta senza che Riccardo ne sia stata cagione.
Gli altri due movimenti sono successivi alla morte: il quarto è di nuovo affidato alla voce di Emma, che non ci vede chiaro ed è intenzionata a vendicare la morte di Eloisa; mentre il quinto, il movimento finale, si conclude, con la voce del condannato, nell’attesa della prossima impiccagione, nella confessione di quello che è accaduto e che lo ha condannato.
Riccardo è presentato come una vittima del destino: infatti, nonostante il suo piano sia perfetto, egli non viene accusato sulla base del ritrovamento dell’arma e dello svelamento di tutto il suo piano (ingegnoso e veramente sottile anche per acutezza psicologica), ma sulla base di una falsa accusa che lo accusa di aver avvelenato progressivamente la moglie con la morfalina, un derivato della morfina, usato come narcotico, di cui paradossalmente lui non sa nulla: la moglie cioè si era imbottita di questo tranquillante per poter continuare a dormire, lei che non vi riusciva più, immaginando che il marito, che l’aveva sposata per i soldi, la continuasse a tradire con la cugina.
Come si vede, la trama del romanzo si basa sulla storia di un uxoricidio premeditato, dentro una grande storia d’amore: la storia dell’amore passionale di Riccardo e Antonia, stravolge le vite di altre coppie: Riccardo ed Eloisa, Antonia e i suoi occasionali amanti. Quello che rimane, fino alla fine, è un grande amore passionale: una storia di passione e di morte.
Scrivendo così, mi si potrebbe dire che io riveli già chi sia l’omicida: è vero, ma del resto è la storia che propone solo una direttrice di marcia. Infatti non ci troviamo dinanzi ad un giallo classico, in cui bisogna scoprire l’assassino in una rosa di sospettati, ma dinanzi ad un thriller, in cui se il piano di assassinio è noto e anche il futuro omicida, l’unica incognita è rappresentata dalla sua individuazione e condanna.
Intelligentemente scritto, con uno stile assai fluido e sottilmente psicologico, il romanzo della Lofts intrappola il lettore in una tensione crescente; stupiscono, inoltre, certe espressioni assai esplicite: Antonia si rivolge a Riccardo e dicendo che non è un miracolo di intelligenza, ammette tuttavia che è “un superbo amante”. Questo negli anni ’40. E per di più in un romanzo scritto da una donna, che evidentemente non aveva paura di esprimersi così direttamente, in quanto scriveva generalmente romanzi che parlavano di amori e di passioni, e si rivolgevano quindi ad un ben preciso pubblico: Norah Lofts, nata Robinson, era già nota al grande pubblico britannico per una moltitudine di romanzi storici, divenuti parecchi dei best-seller.
In un certo senso si potrebbe parlare anche di una inverted story a metà : infatti il primo movimento si riallaccia, completandosi, al quarto, ambedue narrati in prima persona da Emma Plumè, ad assassinio compiuto. In questo, potrebbe trattarsi di una inverted story. Che non lo è però del tutto: infatti, perché potessimo parlare “in toto” di inverted story, sarebbe necessario che il colpevole, per quanto il romanzo tenda ad una sola conclusione, fosse già acquisito e condannato, mentre qui non lo è ancora. In altre parole, l’inverted story che si può dire sia stata resa con un flashback della trama, nella narrazione in prima persona di Riccardo e Antonia, cioè dei due protagonisti negativi, termina laddove comincia la vendetta di Emma, che vuole fare giustizia e si conclude nel racconto di Riccardo, che riprende l’inverted story finendola con l’ineluttabilità di un destino annunciato.
Chissà se un giorno qualcuno non riprenderà questo romanzo e lo ritradurrà in italiano : lo meriterebbe senza dubbio.
Pietro De Palma

mercoledì 22 marzo 2017

Morto Colin Dexter

ULTIM'ORA

Così come avvertito da amici inglesi e americani, riporto la notizia della morte del grande Colin Dexter.
La casa editrice Mondadori molti anni fa aveva pubblicato parecchi anni fa molti romanzi dello scrittore britannico di mystery, ma poi qualche anno addietro si era vista soffiare i diritti da Sellerio che poi ne aveva pubblicato anche romanzi inediti .
Presto su questo blog un articolo su un suo romanzo.

Requiescat in pace


 

Georgette Heyer : L’Indizio Incompleto ( The Unfinished Clue, 1934) - Traduz. Paola Chiostri Gori. Prima Edizione : Oscar Gialli Mondadori N.113 dell’ottobre 1983; ripubblicato in I Classici del Giallo Mondadori N.808 del 13/1/1998.



Son stato indeciso su che titolo dare a questo pezzo.
Avrei voluto optare per il sempre efficace “a volte ritornano”; ma poi, qualcuno dei lettori, oppure parecchi non avrebbero capito, e magari il titolo non avrebbe catalizzato l’attenzione, che invece un’indicazione più diretta riesce a fare egregiamente. Però, l’espressione fra gli incisi, avrebbe in questo caso sintetizzato meglio di altro le dinamiche del romanzo.
Il romanzo è un tipico esempio del mystery britannico, il mystery che noi diciamo più semplicemente “alla Agatha Christie” : pasticcini, feste di beneficenza, concerti, serate di gala, conversazioni amabili o meno, invidie, gelosie, odio represso, ricatti, eredità e quant’altro e..un bell’assassinio ovviamente. Che nella realtà di ogni giorno non lo è mai. Anzi, vedere una persona in carne ed ossa morta, assassinata, fa sempre senso; ma, assistere ad un omicidio di carta, emulare il detective nella ricostruzione logica dell’evento e concorrere alla risoluzione del caso, deducendo quanto sia di vitale, è altro. Ora, il mystery inglese, di solito è questo; e il sangue è sempre quasi asettico, tanto poco si indugia sul morto. Piuttosto, il romanzo è sempre incentrato sul resto.
Tuttavia questo non è un romanzo “di Agatha”: nei romanzi della Christie c’è più perfidia, cinismo, cattiveria, e spesso gli assassini uccidono pianificando l’omicidio, premeditandolo, o comunque trovandosi in una condizione favorevole, ponendo in atto le condizioni perché sia molto difficile (ma non impossibile, altrimenti Poirot o Miss Marple cosa ci starebbero a fare?) essere scoperti; qui, o comunque nei romanzi di questa scrittrice, tutta la cattiveria della Christie non c’è. Anzi…
Georgette Heyer è famosa in patria più per la narrativa storica che per quella poliziesca: è ancora il nome più celebre per i romanzi sul periodo per es. della Reggenza: amori, intrighi, odi, passioni, il tutto cucito con abile penna. Insomma, una scrittrice straordinariamente brava, che mise la sua penna al servizio dei lettori, perché anche se avesse voluto esaminare altri periodi storici, il successo dei Regency Novels fu tale e direttamente proporzionale alle richieste del suo pubblico, che la Heyer non potè esimersi dal soddisfarlo. Però, accanto a questa produzione caratteristica ed..enorme, ve ne fu anche una..versata al mystery.
Ma, come dice giustamente Anna Luisa Zazo, se la Heyer espresse in più occasioni la sua predilezione per l’ambiente storico medievale, e se il Medioevo fu un’epoca caratterizzata da regole e ruoli precisi, dal rispetto delle classi, da una società estremamente caratterizzata ma nello stesso tempo stremante rigida, definita, è evidente che la Heyer “sentisse l’esigenza di un ambiente retto da norme chiaramente riconoscibili e accettate da tutti, prevedibili, inafferrabili e tuttavia invalicabili, un habitat in cui il codice di comportamento fosse unico e rigidamente definito, nelle stesse trasgressioni”. Quindi, anche il mystery della Heyer, fu concepito in maniera tale che rispecchiasse la sua concezione dell’ordine e del rispetto delle regole, non solo romanzesche ma anche e soprattutto sociali: piccoli gruppi, chiusi, in cui i vari ruoli sono fissi e rigidi, quasi che ogni volta si dovesse recitare un copione il cui sfondo era se non uguale, almeno stranamente simile per concezione.
Perciò, quando mi sono avvicinato a romanzi della Heyer, lo confesso, son stato molto guardingo, tanto più che trattasi quasi sempre di volumi poderosi, con una caratterizzazione psicologica molto accentuata, e in cui gli indizi si trovano, se cercati, nell’ambito delle conversazioni che immancabilmente i presenti si rivolgono: quindi bisogna sorbirsi tutti i dialoghi, proprio tutti, non saltando a piè pari, quando si legge un romanzo giallo, e rivolgendo l’attenzione normalmente ad altri scenari: qui, bisogna davvero essere attenti. E quindi, i romanzi della Heyer, a mio modesto parere, pur se molto interessanti sono anche molto impegnativi, nella mera lettura. E quindi talora, potrebbero risultare anche un po’ pesantucci.
Non si tratta però del nostro caso: The Unfinished Clue, “L’indizio incompleto” nella traduzione italiana, romanzo del 1934, il terzo nell’elenco dei mystery della Heyer, dopo Footsteps in the Dark, “Passi nel buio” (1932) e Why Shoot a Butler, “L’omicidio di Norton Manor” (1933), è secondo me un piccolo delizioso capolavoro. Il romanzo ha leggerezza e nel tempo stesso straordinaria capacità di introspezione, dialoghi che sembrerebbero inutili, se non contenessero, opportunamente vagliati, importanti indizi, che solo il segugio di turno può individuare. Nel nostro caso, è l’Ispettore Harding di Scotland Yard, chiamato in causa dopo l’assassinio di un vecchio militare in pensione, il rozzo, bisbetico e anche dispotico Generale Sir Arthur Billington-Smith: egli è stato trovato, nel suo studio, pugnalato da un tagliacarte; pare tuttavia che nei momenti immediatamente antecedenti la morte, abbia cercato di scrivere qualcosa, una sillaba, nella fattispecie, “LA”, ma che probabilmente significava altro: un nome forse?
Al momento c’erano parecchie persone, nella sua residenza di campagna, la Grange, e parecchi provavano qualcosa nei suoi confronti: da suo figlio Geoffrey, figlio di primo letto, diseredato per la sua unione con Lola, una ballerina messicana di locali di second’ordine, a suo nipote, il Capitano Francis Billington-Smith, così amorale e cinico, e desideroso del suo patrimonio, a Lola, causa della rovina di Geoffrey, e fiera oppositrice del modo di vedere le cose del Generale, a quella specie di cugino del Generale, l’indecifrabile Stephen Guest, innamorato mancato, seppur per due anni di Lady Billington Smith, fino alla provocante Camilla Halliday, ospite insieme al marito e amici di famiglia o all’imperturbabile Emily Chudleigh moglie devota del Vicario Hilary Chudleigh, fiero oppositore dei costumi morali del Generale e del divorzio. Insomma un bel gruppo nutrito di potenziali assassini.E in mezzo a loro potrebbe esserci Laura (Theresa) E. Lamb, prima Lady Billington-Smith, e madre di Geoffrey. La cosa strana della traduzione di Paola Chiostri Gori, è che “per esigenze di traduzione”, il nome Theresa venga sostituito dal nome Laura, senza che si capisca il perché.
Quello che va detto, e che puntualmente accade anche in questo romanzo, è che l’assassino o l’assassina, insomma chi uccide, lo fa non con premeditazione, ma perché si vengono a creare le condizioni perché ciò accada: insomma un accidente qualunque che spinge all’azione, la cui mancanza avrebbe significato la salvezza della vittima. Che poi non è detto che lo sia veramente; come non è detto che l’omicida sia veramente la personificazione del male nelle sue varie sfumature (cupidigia, avarizia, accidia, gelosia, invidia, etc.etc.) come in tanti altri romanzi. Insomma in questo romanzo, come pure in altri della Heyer, niente è sicuro.
Così come se è insicuro il movente, figurarsi l’alibi, anzi gli alibi: vagliarli, non è cosa da poco. Soprattutto se qualcuno mente. L’omicida francamente secondo me in questo contesto la farebbe franca se..non dovesse fare i conti col passato: ecco perché ho detto che “a volte ritornano”. Accetta di dare la prova, o meglio l’indizio determinante all’Ispettore, solo perché sceglie di salvare un innocente dall’accusa di omicidio, Geoffrey Billington.
A dirla tutta, il plot del romanzo si basa sul tempo: l’indizio è connesso con l’ora ed il posto in cui dice di aver visto il giovane: se fosse andato via come ha affermato in un primo tempo, l’omicida sarebbe arrivato a sua destinazione prima dell’ora indicata come prova per scagionare il giovane; per farlo sarebbe dovuto andare solo a piedi. Ma..e qui entra in gioco l’acume dell’Ispettore e la sfortuna dell’omicida: le siepi che attorniano la strada. Esse, nel passato, erano tagliate più rade, ma nel tempo dell’omicidio non vengono più curate, per cui crescono disordinatamente e soprattutto oltre una certa altezza. L’omicida, non alto quanto l’ispettore, se fosse stato a piedi non avrebbe potuto vedere al di là delle siepi, e quindi doveva essere in altra condizione: questo significa che o la sua testimonianza non vale oppure che lui è partito dopo l’ora riferita nei primi interrogatori di polizia.
L’Ispettore deve sbrogliare una matassa insolitamente intricata; e nel frattempo che risolve brillantemente il caso (ma l’omicida,che è un personaggio credibile, a tutto tondo avrà il tempo di suicidarsi “classicamente” col cianuro di potassio), si innamora, ricambiato, anche della giovane cognata del generale, Dinah Fawcett.
Del resto, che Georgette Heyer sarebbe stata se non ci fosse stata anche una simpatica storia d’amore?

Pietro De Palma