sabato 7 ottobre 2017

Jonathan Stagge: Le tre paure (The Three Fears, 1949) - trad. non presente - Classici del Giallo Mondadori N° 675 del 1992


Nono ed ultimo caso del Dottor Hugh Westlake, Le tre paure (uno dei pochi titoli italiani ad essere fedele traduzione di quello americano: The Three Fears), data 1949, tre anni prima che il sodalizio Webb/Wheeler si interrompesse per sempre. Allora nulla faceva presagire che la storica unione che procedeva  ferrea sin dal 1936, e che aveva sfornato molti titoli sotto tre pseudonimi diversi (Quentin Patrick, Patrick Quentin, Jonathan Stagge) potesse avere fine; anche se non c'era più quella vena spumeggiante di cui avevano usufruito altri titoli.
Le tre paure è essenzialmente una Black Comedy, graffiante, ironica, sarcastica, cattiva a volte.
Il Dottor Westlake è ospite di un suo amico, compagno di università e medico anch'egli, Don Lockwood, e di sua moglie Tansy, presso la loro villa sul mare. Don ha 38 anni, Tansy 22: la differenza di età non sembra avere grossi risultati negativi. Per di più Don, anche se ha una professione seria, pur non essendo ricco, è stato accettato dalla sua compagna che invece è una delle donne più ricche d'America, erde della fortuna paterna.
La loro villa confina con due proprietà: quella di Daphne Winters (detta anche la Divina Daphne), la più grande attrice teatrale d'America, seconda solo nella sotia ad Eleonora Duse, e grandissima interprete di Ibsen, e quella di Lucy Milliken, una delle più belle attrici d'America, concorrente della prima in spettacoli teatrali, e famosissima intrattenitrice televisiva, che insieme alla sua famiglia (la figlia diciassettenne, Spray; suo padre Walter, detto "nonnetto"; e suo marito, Morgan Lane), detta "la più bella famiglia d'America" da molti anni pubblicizza una ditta di latte.
Don e il suo amico vanno a trovare Daphne, e in quell'occasione conoscono una delle "sinfonie", Gretchen, una giovane austriaca, riparata in America dopo la Guerra, perchè sposatasi al tempo con un militare americano, che va a chiamare la Musa, con un'espressione tra il "terrorizzato" e il "sorpreso". in quell'occasione Hugh si fa un'idea dell'attrice, primadonna, egocentrica al massimo grado, che guarda al mondo che la circonda come una platea di esseri adoranti, senza altro scopo che la sua felicità. Lucy Milliken non differisce molto da lei e quindi siccome le due attrici non si possono sopportare ed ognuna delle due rivendica la sua bravura sull'altra, è ovvio che la tensione man mano aumenti, dal momento che Lucy e la sua combriccola sono venuti a passare le vacanze proprio lì dove Daphne, la sua segretaria Evelyn Evans e cinque giovanissime attrici, desiderose di apprendere l'arte del teatro, dette "le cinque sinfonie", si occupano di Daphne e della sua casa, facendo da serve, cuoche, giardiniere, cameriere personali, tutto per riuscire a carpire i segreti che lei elargisce ogni mattina durante le sue ore di insegnamento teatrale.
Un giorno che Lucy  si è recata da Daphne per portare acqua al suo mulino, e per trasformare la sua visita nell'occasione di registrare uno spot pubblicitario in cui vuole coinvolgere Daphne,con sua somma rabbia, accade che lei replichi a sua volta, impadronendosi dello spot e prestando il suo spazio alle "cinque sue sinfonie" così da lanciarle nel mondo dell'intrattenimento. Una delle prescelte, Gretchen tuttavia è restia ed ansiosa, e per questo Daphne le da una compressa che prende da un tubetto che ha con sè: appena tuttavia la manda giù, si sente male e muore.
Incidente? Infarto? Nientye di tutto questo: cianuro! Qualcuno l'ha assassinata col cianuro!
chi avrebbe potuto mai uccidere una delle sconosciute sinfonie? E' evidente che qualcuno abbia inserito una compressa avvelenata tra le altre di Daphne. L'inchiesta comunque, affidata all'ottuso ispettore Reed, stabilirà che il tubetto di compresse non è quello che l'attrice aveva con sè originariamente, ma l'etichetta era stata contraffatta. a questo punto è ovvio che le indagini prendano una via decisa: qualcuno ha voluto uccidere Daphne ma per un caso ha ucciso la persona sbagliata.
E' chiaro chi potrebbe anche essere stato, o meglio chi avrebbe potuto avere un motivo per sopprimere Daphne, non essendoci nessuno che avrebbe potuto mai uccidere volontariamente Gretchen: la sola è Lucy, ma Daphne rifiuta di ammettere che possa essere lei l'assassina. Tuttavia Daphne, per il modo come si è comportata, ha dimostrato di averr voluto comunque mettere in grave difficoltà l'avversaria, concedendole magnanimamente l'assoluzione personale.
In una situazione già complicata, si manifesta ben presto un altro tentativo di avvelenamento: questa volta a venire avvelenata è l'orzata che lo stesso Hugh ha versato nel bicchiere. Tuttavia lo sciroppo è innocuo, segno che qualcun altro, ha avvelenato il bicchioere già preparato: tuttavia Daphne prima di inghiottirlo sente odore di mandorle amare e lascia cadere il bicchiere che si rompe: Hugh e Don imbevono un fazzoletto pulito col liquido, e poi danno il fazzoletto all'ispettore che lo fa analizzare: cianuro, in quantità tale da amamazzare almeno sei persone.
Con Daphne sempre più allarmata, si viene a sapere che ella ha solo paura di tre cose: di essere avvelenata, di essere rinchiusa in un ambiente stretto, e del fuoco. Qualcuno può averla cercata di colpire, puntando anche alle sue fobie? L'ipotesi si rafforza quando qualcuno nasconde in vari punti della camera da letto di Daphne una decina di chiavi, uno degli oggetti che ella non può proprio vedere (chiavi, chiavistelli, catene, lucchetti,oggetti che cioè richiamano il concetto di chiusura): Daphne va in crisi, corre via, e tutti cercano di ritrovarla, ma invano: chi corre lì, chi vede là. Taisy, debole di nervi, sviene sulla spiaggia. Poco dopo proprio sulla spiaggia, Hugh sente qualcosa e capisce che nel capanno vicino alal cabina sulla spiaggia c'è qualcuno: vi trovano Daphne legata ed imbavagliata.
Se qualcuno prima di quel momento, Taisy, aveva anche supposto che Daphne avesse voluto fingere di esser stata avvelenata la seconda volta, per sviare le indagini da un suo coinvolgimento nell'omicidio di Gretchen, ora deve ricredersi.
Il terzo attentato avviene per giunta nel mezzo di un cataclisma in cui anche Hugh indirettamente viene a trovarsi: Spray figlia adorata di Lucy, che non sopporta più la madre, ma vuole diventare un'attrice famosa come daphne, si rifugia presso di lei, chiedendo di poter diventare anche lei una "sinfonia".
Affronto mortale alla madre, tanto più che la figlia la accusa di aver tentato di uccidere Daphne. Ma non è la sola a fare accuse. Anche un'altra "sinfonia", Sybil Wentworth, si lancia in un'altra filippica, questa volta diretta contro la segretaria di Daphne, parlando di numerose e violente liti, nelle quali le due donne si erano affrontate, per una supposta volontà di Daphne di sposarsi, cosa che la segretaria gelosa non aveva voluto mandar giù.
A questo punto avviene il primo di tanti colpi di scena: Daphne chiede pubblicamente scusa alla sua segretaria per averla avversata e rivela che è Evelyn Evans, invece, colei che vuole sposarsi. A questo punto è legittimo chiedersi chi possa essere lo sposo futuro, che Sybil ha anche visto qualche volta nascondersi. E nella sorpresa generale, avviene il secondo colpo di scena, che costituisce un colpo durissimo per Lucy: è suo padre che vuole risposarsi con Evelyn; inoltre siccome i contratti della "famiglia più felice d'America" sono a suo nome, ne consegue che anche lo spot televisivo va in fumo. Lucy è distrutta: le resta solo il marito, ancora.
Tutto andrebbe bene se un assassino non fosse nei paraggi, e non avesse tentato già due volte ad eliminare Daphne: e quando nessuno se lo immagina, dopo che Sybil ha confessato a Hugh di aver trovato un anello legato ad un certo matrimonio e di sapere chi possa essere l'assassino, scoppia un incendio in un villino che Daphne ha sul mare. La paura del fuoco è la terza delle tre paure di Daphne, e tutti pensano che qualcuno abbia potuto attentare di nuovo alla sua vita, quando Daphne appare viva e vegeta. Il cadavere carbonizzato che viene trovato è quello di Sybil invece.
Hugh trova l'anello e dalla data impressavi e dalle sigle ricostruisce in parte la verità. 
Ricostruirà la storia di due matrimoni di cui il primo sbagliato, di un ricatto per bigamia, e di una morte annunciata. E attraverso la data sull'anello, e un dettaglio insignificante su un fazzoletto, giungerà a due soluzioni successive di cui la prima sbagliata, e a due possibili assassini, di cui il secondo, quello vero. Che per fuggire l'arresto, preferirà la via del suicidio.
E nel frattempo due matrimoni andranno in fumo: quello di Lucy con conseguente distruzione completa della "famiglia più felice d'America", e quello di Don e Taisy, con conseguente formazione di una nuova coppia formata da Morgan e Taisy. Morgan sarà anche il falso sospettato di omicidio plurimo, sulla base della data impressa nell'anello e della dedica scopertavi:  M.L. a M - 3/7/1945.
Come dicevo nell'introduzione, questo romanzo più che un dramma è una "commedia nera". Non solo. Comunemente la produzione di Webb/Wheeler con lo pseudonimo di Jonathan Stagge viene inquadrata come una serie di romanzi spostata più verso atmosfere carriane che verso altre: questo perchè vi sono disseminati qua e là anche omicidi impossibili. Nel nostro caso, invece, il romanzo più che verso Carr, mi pare che si orienti verso il mystery squisitamente britannico, e in particolar modo quello delle "4 Crime Queen": in questo sono completamente d'accordo con quello che ne pensa Curtis Evans. Direi anche che per il soggetto, il romanzo potrebbe essere spostato verso Ngaio Marsh in particolare: l'unica differenza plateale tra i due modi di scrivere, è l'assenza qui di una qualdivoglia raffinatezza semantica caratteristica invece dello stile marshiano. Al di là di questo, tutta una serie di caratteristiche che ci consentono di inquadrare il romanzo, come una commedia dai toni volutamente parossisticamente accentuati: anche il finale lo è, beninteso, ma al contrario rispetto all'andamento del romanzo, visto che Lucy dopo tante baruffe con Daphne, perse in maniera dramamtica e la fine della propria famiglia, anche per ritrovare la figlia, diventata "la sesta sinfonia", e il padre, diventato marito della segretaria di Daphne, non pensa ad altro escamotage che quello di chiedere a Daphne di poter diventare lei stessa "la settima sinfonia". 
Altra caratteristica saliente del romanzo da "Crime Queen" è il ricorso ancora una volta, al trucco stilistico del ritorno dell'erede, che qui si sostanzia nel ritorno di una moglie ritenuta ormai lontana oltre che nel tempo anche nello spazio, e nella proposizione di un ricatto che, come consuetudine nei romanzi polizieschi (e nella realtà), sarà la molla per il primo omicidio (Gretchen è il diminutivo di Margareth in tedesco). Il secondo sarà invece necessario per chiudere la bocca a chi, prima di Westlake, aveva capito tutto.
Buon romanzo, anche se qualche bug qua e là spunta non risolto. Per esempio: l'assassino premedita il primo omicidio, rubando un'etichetta in una farmacia e contraffacendone un tubetto di compresse, inserendovi una compressa impregnata di cianuro. Il plot vorrebbe che l'assassino, sulla base di una possibilità che gli da il caso, sostituisca il tubetto contraffatto a quello vero, inserendolo nella borsa di Daphne. OK. Ma non dice quale sarebbe stato altrimenti un uso possibile di quella compressa se quella particolare situazione, data dalla ripresa televisiva in casa di daphne, non si fosse presentata. In altre parole, come avrebbe potuto ipotizzare l'assassino che quella compressa sarebbe stata data proprio alla vittima prescelta, invece che essere usata dalla stessa Daphne. Metti che invece di dare la prima compressa alla sua protetta, l'avesse scelta per sè e avesse dato la seconda: lei sarebbe morta, la vittima si sarebbe salvata e tutto il piano di preparazione delle compresse avvelenate sarebbe andato in fumo.
Insomma, qualcosa non torna. 
Tuttavia il romanzo è un crogiuolo di situazioni contrastanti, i colpi di scena si susseguono, e anche nella mielosità di un alterco tra due galline, la tensione non ne risente, e si procede celermente verso la fine, in cui un doppio finale, sancisce il trionfo della ragione e del bene. 
Ultimo appunto sull'assassino: non è un personaggio negativo in toto. Agisce solo perchè costretto dalle necessità, e per salvaguardare il suo matrimonio. Il secondo omicidio l'avrebbe evitato ma anche questo si inserisce nel tentativo di preservare la moglie da rivelazioni compromettenti. 
Ma la fine sarà amara, anche perchè capirà che tutto quanto fatto per salvare il suo matrimonio, sarà stato vano. Anche per altre ragioni.

Pietro De Palma



mercoledì 27 settembre 2017

STEFANO DI MARINO: LA TORRE DEGLI SCARLATTI - Il G.M. 3159 del Settembre 2017




Seconda puntata delle avventure di Bas Salieri, targate Stefano Di Marino.
Questa volta Bas opera in Toscana, nelle campagne di Volterra. E’ stato invitato ad operare nella villa degli Scarlatti, nella veste di bibliotecario, da tale Cocci, maggiordomo e depositario dell’unica chiave che possa consentire di accedere alla biblioteca, posto che racchiude segreti secolari, misteri e ombre, con i suoi trattati di magia, occultismo, demonologia.
La sua amica Zaira, cartomante, lo ha sconsigliato dall’accettare la proposta, perché nei tarocchi ha visto che il viaggio di Bas potrebbe avere risvolti pericolosi. Bas però accetta e arriva in Toscana, a san Girolamo.
Appena arrivato, conosce Priscilla, uno dei misteri di casa Scarlatti: una figlia illegittima di Giacomo, erede diretto di Cosimo, negromante, mago, studioso. Una leggenda vuole che avesse trovato il segreto della cosiddetta Torre degli Scarlatti, il viatico che conduceva ad una misteriosa necropoli etrusca, dedicata al culto del demone blu, una divinità minore di Tuchulcha, dio degli inferi etruschi ma anche una specie di attendente della Grande Dea Mater, la nera Cibele, la dea sanguinaria. Questa necropoli nasconderebbe un tesoro ma anche innominati misteri e la possibilità di accedere ad informazioni e segreti del mondo dell’occulto.
Si accorge ben presto il nostro eroe che quella parte della Toscana in cui opera, di segreti deve averne e ben nascosti, e soprattutto non vuole che siano rivelati. A pagarne le spese è Danilo, un suo amico che gestisce una galleria di arte e di curiosità archeologiche. Tra le sue meraviglie, anche una rara raffigurazione del Demone blu. Fanno in tempo a vedersi una sera, ma Danilo è spaventatissimo: crede di vedere qualcuno, e non vuole dire più di quel che ha detto all’amico mettendolo in guardia. Gli ha suggerito di rivolgersi a Gigi Montero, un giornalista caduto in disgrazia e che campa per un oscuro giornale cittadino, che arrotonda vendendo notizia di prima mano. Danilo è il primo a cadere, tra i vicoli in penombra.
Alla galleria di Danilo, Bas ha conosciuto Priscilla. La rivede a casa Scarlatti. Qui fa la conoscenza di Mirella e Luca, i fratellastri di Priscilla; e di sbieco, di Livio, un amico di casa Scarlatti. Priscilla è molto vicina a Mirella, ma diffida fortemente di Luca, credendolo un impostore: è riapparso dopo molti anni che lo si credeva morto in uno spaventoso incidente. Il suo corpo però non era mai stato ritrovato. Luca è stato portato a casa da Livio, che lo ha convinto a ritornare, sempre a patto che egli sia davvero il figlio di Giacomo Scarlatti e Cecilia Augenti - entrambi di nobili casate e entrambi appassionati di occultismo – come Mirella; Priscilla è invece il prodotto di un’avventura extraconiugale di Giacomo, che aveva sancito la fine del rapporto con Cecilia. Era lei che si era accaparrata il segreto della Torre, e di cui aveva eretto custode un notaio, che un giorno leggerà il testamento, e anche ciò che riguarda la cosiddetta Torre.
Sullo sfondo si muovono però altri personaggi: Livio è ricattato da Gisella, una cameriera a servizio di casa Scarlatti, per conto di una persona, una donna che abita a San Girolamo. Uno degli avventori presenti in una locanda, in cui Bas incontra il suo amico, il vicequestore Panitta, prima di sorprendere l’uditorio coi suoi discorsi sugli Scarlatti, lo segue a distanza, lo pedina: dapprima in un cimitero di campagna, presso il quale Bas scopre degli oscuri simboli esoterici che rimandano al Demone, e poi in un antico cimitero di epoca settecentesca in cui Priscilla è inginocchiata presso una tomba senza nome.
Segreti inconfessabili, e misteri: Bas sospetta che qualcuno disponga della biblioteca senza esser stato invitato a farlo, in virtù probabilmente di qualche entrata segreta, visto che la biblioteca è posta nella parte più antica della villa.
Ma ci sono anche altri personaggi pericolosi che si muovo nell’ombra: i tombaroli comandati da Nino Zenobia, fratello di quel potente Zenobia che era morto anni prima in circostanze sospette. E poi ci sarebbe anche un illusionista, il Mago Zarolfo, che era stato costretto ad abbandonare la professione per opera di Giacomo Scarlatti, illusionista anch’egli, che pare potesse aver concepito un forte desiderio di vendetta, nei confronti degli Scarlatti. Poi c’è Camozzi, il proprietario di un frantoio. E ancora Perti, un vecchio che sta sempre dovunque. E infine Angela, la proprietaria del ristorante Lo Scavatore, che sembra un personaggio ambiguo.
I veri attori di questa tragedia sono proprio loro, quelli che si muovono dietro le quinte, quelli che si  muovono di notte, col favore delle tenebre e delle ombre. Così come qualcuno aveva ucciso Danilo, l’amico di Bas, così qualcuno uccide Gisella, spezzandole il collo. Bas, capisce che deve fare qualcosa: non sa cosa di preciso, ma si mette in moto. E riesce, presso l’ordine di suore nel cui ospedale era nata Priscilla, a sapere che la vendetta di Cecilia, madre e amante tradita si era appuntata anche contro di loro, magari praticando arti oscure; e che la madre segreta di Priscilla era stata tale Virginia Landi.
Il prosieguo della storia vedrà scoprire che Landi era stata l’assistente del Mago Zarolfo, e che Giacomo Scarlatti gliel’aveva portata via, provocando l’odio di Zarolfo. E’ lui che si scoprirà aver attentato alla vita di Luca, come più tardi farà con altri. Ma non è il solo responsabile. Di assassini ce ne sono almeno quattro, ognuno dei quali agisce per sé. Il risultato è una strage finale, in cui si troveranno tutti contro tutti: colei che aveva usato Gisella per i ricatti, morirà accoltellata, da chi in passato era stato complice di Scarlatti e ora di altri, in un traffico di reperti antichi; questi a sua volta sarà ucciso dal capo dell’organizzazione dei tombaroli per un vecchio fatto di sangue; e verranno uccisi anche Gigi Montero, per aver tentato di vendere compromettenti segreti a Salieri, e anche nel finale convulso, si saprà che Cecilia Augenti non era morta naturalmente ma era stata avvelenata, poi si troveranno in un sarcofago i resti del vero Luca, mentre l’impostore sarà ferito da Perti (che è il….), poi saranno uccisi in successione Cocci, poi Livio Bermani, poi infine Priscilla. Insomma questo romanzo non si sarebbe dovuto chiamare La torre degli Scarlatti, ma La mattanza degli Scarlatti. Altro che La fine dei Greene ! lì morivano due –tre persone, come anche in The Tragedy of Y, qui una decina tra passato e presente.
La Torre verrà rivelata essere una stele con scritto un codice da Apollonio Tarquinio, che rivelerà come la sua villa da lui era stata fatta costruire al tempo dei Romani per chiudere la necropoli maledetta: l’ingresso? Una panca di pietra con un intarsio da girare.
Ma dopo le peripezie che seguiranno e che riveleranno il vero volto di due persone nell’ombra, mentre Salieri & Co. Staranno per essere uccisi, interverrà chi aveva ucciso Camozzi per vendetta e salverà i malcapitati, uccidendo l’assassino folle e facendo crollare le volte della necropoli.
Il romanzo è un thriller esoterico, che poi diventa nel finale quasi un Hard Boiled, tanto vi è azione!
Di Marino non è uno scrittore specializzato in thriller di tipo esoterico-religioso, ma pur sempre è il miglior scrittore italiano di letteratura di genere: di saper scrivere, sa scrivere. E quindi imbastisce un romanzo, dalle tinte fosche, neanche tanto sforzandosi. Prende qua e là delle notizie attinte sulla civiltà etrusca, soprattutto sulle credenze sull’Oltretomba, e le unisce ad altre tipiche della civiltà greca, ottenendo un minestrone saporito, anche se bizzarro: Tuchulca, demone infernale etrusco, diviene uno scudiero della divinità infernale per eccellenza, la Cibele Nera, la Magna Mater Dea. Ora, che Cibele fosse una dea pagana adorata, una delle più importanti da quando i romani convinsero Attalo a consegnare la Pietra Nera (Lapis Niger), un meteorite, su cui era scolpita l’immagine della dea, e a fondare il tempio sul Palatino, è un fatto; e anche che fosse una dea sanguinaria, legata al mito di Attis, il suo grande amore, che per averla tradita si era evirato e ucciso. Ma che poi fosse diventata una dea etrusca, beh è un’invenzione. Alcuni ancora ipotizzano che gli Etruschi fossero un popolo che proveniva dall’Asia Minore, dove dal monte Ida, vicino Troia, si era diffuso il culto della dea, ma oggi è sempre più forte l’ipotesi che gli Etruschi fosse un popolo nato dalla fusione di più ceppi e che deriva in gran parte dalla civiltà villanoviana. Che Persefone fosse legata a Cibele (alias Rea o Demetra) è cosa risaputa, perché nella mitologia ne è figlia; ma da qui a farne una dea infernale succuba della grande divinità infernale, è altro. Cibele non era una dea infernale: era una dea solo gelosissima, che aveva donato se stessa ad Attis, che quando la tradì con una ninfa, lo fece impazzire e suicidarsi evirandosi. I genitali del dio, sepolti, fecero sì che egli diventasse il dio della vegetazione, che ogni anno muore e si rinnova.
Queste credenze le mischia con altre: il Demone Blu ed una misteriosa necropoli.



Il Demone Blu sarebbe un’estensione dei cosiddetti Demoni azzurri, la tomba dei quali si trova a Tarquinia (io l’ho vista). Di Marino, crea sulla base di tali credenze, un canovaccio formato da credenze magiche, da riti occulti, e ci mette pure “I Custodi”, persone deputate ad impedire la scoperta di questa necropoli misteriosa, e i tombaroli. Aggrega il tutto, parlando di una famiglia antica di negromanti. Mischia sapientemente, aggiungendo al tutto il profumo della campagna di Volterra, le ombre ed una biblioteca avvolta nel mistero, la sparizione di certi volumi di Apollonio Tarquinio (personaggio inventato) trovati dietro un quadro, certe fiale di un allucinogeno. E ottiene un bel romanzo.

Un romanzo che è un thriller d’avventura. Del tipo di quelli di Glenn Cooper o Eliette Abecassis o Dan Brown, ma meno forte. Diciamo…”all’italiana”. Come i film polizieschi anni ’70. La ragione è che secondo me, per ottenere un prodotto potente, devi necessariamente perseguire quel sottobosco dall’inizio alla fine: se parli di mondo magico, di credenze demonologiche ed esoteriche, devi sempre andare in quella direzione (come non so..Il marchio del diavolo di Glenn Cooper o come la prima avventura di Bas Salieri, Il palazzo dalle cinque porte). Il rischio è scocciare, ma a tener viva l’attenzione e la tensione deve pensarci lo scrittore con la sua arte. Nei tempi contemporanei, la tensione si attua con metodi artificiali: frammentando cioè il fiume principale in più torrenti, ognuno col proprio cammino, con le proprie asperità e le proprie amenità, che possono congiungersi  e separarsi anche al fiume principale, fino a convergere in esso e riformare quello originario prima della fine. Non si allontana da questa tendenza Di Marino, anzi in lui la frammentazione è accentuata: paragrafi che sono lunghi massimo dieci pagine e minimo..una pagina: un po’ poco! Questa tendenza a frammentare, a mio parere sfilaccia troppo il discorso, quando invece accade che quando il paragrafo è poco più lungo e le cose vengono sciorinate, la tensione aumenta. Il fatto è che d’altronde, il romanzo è molto più lungo del primo, più denso di vicende collaterali e quindi per contemplare le diverse anime del romanzo, deve anche frazionare il discorso.
Il plot è ottenuto, oltre che con l’inventiva e mischiando notizie qua e là prese dal mondo dell’oltretomba etrusco, anche attingendo a sceneggiati e film italiani. Si sa che Di Marino è un fissato di film. Il bello è che lo sono anch’io. L’etrusco uccide ancora, di Armando Crispino, è uno di questi (chi l’ha visto si ricorderà il leit-motiv che annunciava una nuova morte: il motivo del Dies Irae della Messa da Requiem di Giuseppe Verdi). A questo possiamo aggiungere sicuramente “Ritratto di donna velata”, famosissimo sceneggiato televisivo, da cui Di Marino ha tratto molto: innanzitutto l’ambientazione (tra Firenze e Volterra); poi una famiglia antica, il cui avo era un famoso negromante (qui sono gli Scarlatti, lì i Certaldo); la passione dell’avo per il mondo dell’oltretomba degli etruschi; la scoperta di una necropoli segreta; l’accesso a questa necropoli direttamente dalla Villa;


una serie di morti e di eventi che fanno da corollario; la presenza di tombaroli; e ancor di più un certo evento che accade quando si penetra nella necropoli: nel romanzo di Stefano, un pozzo che si apre nel pavimento e che comunica con un torrente sotterraneo; nello sceneggiato degli anni ’70, una frana che si apre nel pavimento e porta ad un’altra serie di gallerie. L’indizio che mi permette di collegare queste due sceneggiature (quella televisiva con quella di Di Marino) è una scultura etrusca, “L’ombra della sera” che si trova nella sigla di apertura dello sceneggiato, mentre il riferimento ad una che le assomiglia, si trova nel romanzo.


Altra fonte di questo romanzo è sicuramente “Chimaira” di Valerio Massimo Manfredi, che si ambienta nella zona di Volterra e tratta, prima di Di Marino, di una storia di morti e credenze soprannaturali relative alle divinità infernali del mondo dell’oltretomba etrusco. In realtà i gialli con Bas Salieri, se hanno un modello da cui traggono ispirazione, al di là di quelli americani di Glenn Cooper, proprio per l’ambientazione e per il modo di approcciarsi alla realtà e al mondo della finzione, mi pare che questo sia proprio Valerio Massimo Manfredi e i suoi romanzi gialli di ispirazione archeologica( Palladion, l’Oracolo, La torre della solitudine, Il faraone delle sabbie, L’isola dei morti, Chimaira), anche per effetto dell’unione di modelli fantastici con altri reali, grazie all’interazione di archeologi, con religiosi, e poliziotti.


Se proprio vogliamo, il thriller fanta-archeologico di Manfredi è molto più forte in termini di tensione, perché Manfredi oltre che essere un eccellente scrittore è anche un eccellente archeologo e storico, la materia la sa approfonditamente e quindi può spingersi laddove Di Marino non si approssima se non con l’arma del mestiere di scrittore.

C’è anche un riferimento ad un altro sceneggiato. “Il segno del comando”, sceneggiato in cui i temi esoterici, occulti, spiritisti la fanno da padrone: il potente talismano che il protagonista ha per tutta la durata del romanzo, che lo metterà al riparo da una serie di eventi nefasti che avrebbero potuto interessarlo. Nello sceneggiato gli era stato donato da Lucia (spirito o donna?), nel romanzo da Zaira.
I Custodi…anche quella è una reminiscenza per me, cinematografica: in Indiana Jones e l’ultima crociata, c’è un ordine che mira a proteggere il luogo del Santo Graal e ad impedire che vi accedano malvagi: la “Fratellanza della Spada Cruciforme”; nel nostro caso, lo stesso fine per evitare che dei malintenzionati accedano alla necropoli maledetta, la svolgono “I Custodi”.
Ci sarebbe anche una reminiscenza Mystery. Il romanzo comincia con un prologo: un giovane si schianta con la sua auto nella notte. Questa morte è importante per uno dei filoni del romanzo. Ora c’è un giallo classico di una grande scrittrice neozelandese, Christianna Brand, per di più uno dei suoi capolavori, Death of Jezebel , che comincia con un prologo, in cui un giovane si schianta con la sua auto nella notte, a causa di una strega, una donna perfida. Anche nel nostro caso è a causa di una strega. Una coincidenza? Non credo.
Tutto sommato abbiamo un ottimo romanzo, con una buona tensione ricco di suggestioni e di elementi caratterizzanti che si snoda tra cimiteri, tombe, vie di Volterra e San Girolamo (cittadina inventata), casolari, taverne: le prime pagine non sono granchè, ma quando si comincia a leggere il ritmo aumenta fino alla conclusione.
Attendiamo la terza avventura, che Stefano avrà già scritto probabilmente: in una mappatura dell’Italia, giacchè è passato da Venezia a Firenze e Volterra, la prossima meta saranno le catacombe romane?

Pietro De Palma