mercoledì 21 giugno 2017

Ian Morson - La crociata di Falconer (Falconer's Crusade, 1994) - trad. Angelo Petrella - Il Giallo Mondadori N.3156 del Giugno 2017



Devo ammettere che Ian Morson non lo conoscevo. E pertanto avevo chiesto delucidazioni a Martin Edwards, scrittore britannico molto famoso, che tra l’altro l’anno scorso ha vinto l’Edgar per un saggio critico sulla Golden Age e il Detection Club, in quanto Mauro Boncompagni mi aveva detto che gli aveva detti tempo fa, di avere letto un romanzo di Morson.
La risposta di Edwards non s’è fatta attendere:
“HI Pietro
I read one of Ian Morson’s early books set in Oxford a very long time ago. Yes, probably in the same vein as Paul Doherty.
More recently he has written books with a Golden Age setting, but I’ve not read any of those.
All good wishes
Martin”
Ian Morson, vivente, è nato a Derby nel 1947. Ha studiato lingua e letteratura russa a Oxford. Ha anche suonato e diretto gruppi di musica folk, prima di cominciare a lavorare come assistente bibliotecario, diventando poi Bibliotecario in Librerie Pubbliche. Ha cominciato a pubblicare romanzi nel 1994, dopo aver pubblicato articoli e racconti. Il suo primo romanzo è stato il romanzo che presento oggi, Falconer’s Crusade, che ha dato inizio ad una fortunatissima serie, ancor oggi in essere. Vive ad Hastings.
Falconer’s Crusade, La crociata di Falconer (finalmente un romanzo il cui titolo italiano è l’esatta traduzione di quello inglese), vede agire il Maestro di Logica aristotelica dell’Università di Oxford, William Falconer, sullo sfondo di vicende nella seconda metà del XIII secolo.
Il romanzo si apre con un delitto, quello di una ragazza, Margaret Gebetz, che affrontata nella nebbia da un ignoto assalitore, è quasi decapitata da un preciso fendente di spata, davanti. Subito dopo l’azione si sposta nel sotterraneo di una casa, dove un individuo ha appena fatto a pezzi un cadavere in decomposizione, in attesa di buttare il sacco dove ha gettato i miseri resti, laddove l’odore pestilenziale non attragga sguardi indiscreti.
Trovandosi nel posto sbagliato nel momento sbagliato, Thomas, un giovane contadino che ha destato l’interessamento di qualcuno più ricco, per le sue capacità, mandato a Oxford per studiare, va quasi a sbattere nel cadavere ancora caldo della giovane, e viene notato da passanti che lo identificano come l’assassino della ragazza. Il giovane, che si vede perduto, è tuttavia salvato dall’arrivo di uno dei Maestri Reggenti di Oxford, William Falconer, docente di Logica aristotelica, il quale lo mette in salvo prima e poi ne fa il suo assistente.
Falconer è attratto dall’omicidio della giovane, perché non sembra vittima di un aggressore occasionale, che l’avrebbe affrontata da dietro e sgozzata con un taglio orizzontale della gola, ma di uno con cui evidentemente si era incontrata apposta, visto che l’orrendo squarcio della gola è di traverso. E’ ancor più attratto perché ben presto capisce che l’omicidio, benchè parecchi in città vogliono che sia attribuito agli iscritti dell’università (i rapporti tra i cittadini e l’università sono molto critici), è un omicidio diverso, probabilmente premeditato, e legato ad un misterioso libro, cercato disperatamente dall’assassino.
Thomas Symon, che raccoglie le confidenze del suo Maestro, vorrebbe mettersi in luce scoprendo lui magari qualcosa, ma quello che sa fare è cacciarsi nei guai: prima si perde nel quartiere ebraico (dove viene salvato dall’ erborista ebreo Samson e da sua figlia Hannah), poi finirà quasi per essere ucciso dall’ebreo Yoshua, fedelissimo del padre di Hannah, che avendo subdorato la nascita di un sentimento tra Thomas e Hannah vuole proteggerla dal giovane. In realtà sarà proprio Hannah, a raccontargli che la ragazza uccisa le aveva confidato che finchè era in possesso di un libro, la sua vita non sarebbe stata in pericolo. Ma perché?
Hannah gli consegna il libro perché lui lo dia a Falconer, ma Thomas invece di darlo al suo mentore, se lo fa portar via da Bonham, altro reggente a Oxford.
Da allora comincia la caccia al libro.
Ma non sono i soli ad interessarvisi. C’è anche l’allievo Moulcom che pur di guadagnare soldi compie ogni tipo di misfatto: egli è al servizio dell’assassino, che gli ha intimato di trovare il libro. Al primo sbaglio del giovane, arriva anche per lui la morte: strangolato. Più in questo che nel precedente, agli occhi delle autorità appare chiaro che l’assassinio non possa essere stato compiuto nel corso di una rivolta, tanto più che gli abiti del giovane erano semi asciutti, in un giorno in cui aveva piovuto molto e le strade erano zuppe di pioggia e fango.
A questo secondo omicidio, farà seguito un terzo, di un altro reggente dell’università, il sodomita Fyssh, che s’intrattiene con i ragazzi, tra cui un allievo di Falconer. Qui l’assassinio viene causato dal tentativo di John Fyssh , che ha sottratto il libro misterioso a Bonham, di ricattare l’omicida che pur di ritornare in possesso di esso, non esita ancora una volta ad uccidere, e questa volta poco ci manca che Falconer assista all’omicidio. Tuttavia non riesce a riconoscerlo perché è cieco come una talpa. A questo ovvia in seguito il padre di Hannah e suo amico, che gli dona dei rudimentali occhiali.
Intanto la serie degli omicidi si snoda avendo sullo sfondo le lotte dei baroni contro il re Enrico III, figlio di Giovanni Senza Terra che è stato costretto per la prima volta a riconoscere il potere dei feudatari e l’istituzione di un piccolo parlamento. Enrico III continua la lotta del padre contro i baroni, e l’anno in cui avvengono i fatti di Falconer è il 1264 in cui Enrico, supportato dal figlio Edoardo, ritratterà gli Accordi di Westminster. Tuttavia le vicende si snodano prima che la lotta arrivi al suo culmine, quando ancora Simone de Montfort, conte di Leicester, non sa se prendere le armi contro il re e suo figlio. Infatti l’università, nella persona di Thomas de Cantilupe, rettore di Oxford, cercherà di conquistare una posizione di prestigio, ospitando il principe Edoardo e le sue truppe, offrendogli un regale banchetto, ed in seguito mediando tra lo stesso e Simone de Montfort.
Falconer riuscirà a comprendere la logica dietro gli assassini, dal momento in cui perverrà in possesso del frontespizio e delle prime pagine del libro, strette in una delle mani di Fyssh, che ha cercato di resistere all’aggressione dell’omicida. E dovrà fare presto, perché nel frattempo, per tacitare le acque che rischiano con gli omicidi di agitarsi proprio quando c’è la contesa tra re e baroni, Cantilupe, su richiesta di Montfort, ha incaricato un altro maestro di Oxford ,Robert de Stepyng, che durante il banchetto ha inaspettatamente dichiarato il proprio appoggio alla posizione dei baroni, di attribuire il triplice omicidio agli ebrei, consueto capro espiatorio, anche al fine di appropriarsi dei loro beni.
Margaret prima di morire aveva fatto riferimento alla persona che temeva con l’epiteto bonhomme, da cui Falconer aveva ricavato trattarsi probabilmente di Bonham. Ma quando penetrano lui e Thomas in casa di Bonham al fine di trovare il libro che lui aveva sottratto al giovane, trovano solo, nel seminterrato, in mezzo ad un fetore indescrivibile, un cadavere in decomposizione, macellato quasi, con organi separati dal corpo e carne e nervi esposti: è quello di Moulcom. I vari coltelli di forma diversa una dalle altre, sono riconosciuti come gli strumenti per una dissezione anatomica. In sostanza Bonham ha letto il trattato dell’arabo Avicenna e per confermare le sue affermazioni, si procura cadaveri allo scopo di  sezionarli ed imparare di più sull’anatomia umana. Non è lui l’omicida. Il termine Bonhomme solo alla fine verrà ricondotto ad un significato diverso, che si incastrerà anche con il significato del valore del libro, una bibbia un po’ particolare.
E Falconer eviterà, anche con l’aiuto di una delle guardie della città, l’amico Peter Bullock, che l’assassino possa commettere il quarto omicidio, addirittura uccidendo Simone V di Montfort che è in attesa di incontrarsi con Edoardo.
Il romanzo, veramente splendido, è un intreccio mirabile di indizi, intrighi, delitti, mistero, e storia, sullo sfondo dello scontro tra i baroni ribelli capitanati dal Conte di Leicester, Simone V di Montfort - figlio di quel Simone IV che aveva comandato la Crociata contro gli Albigesi – ed Edoardo, figlio di Enrico III, e lo stesso Enrico. Le vicende narrate, immagino che siano antecedenti alla battaglia di Lewes, e quindi si collochino temporalmente prima del maggio 1264, quando in seguito alla confitta sul campo, sia Enrico III , che suo fratello Riccardo duca di Cornovaglia, sia il principe Edoardo, furono imprigionati dai baroni.
Mai prendere in esame i commenti  di gente che non legge i romanzi fino in fondo, prima di  stroncare con giudizi superficiali, sul Blog Mondadori, un romanzo, invece assolutamente fenomenale. Poi ognuno ha il diritto di criticare quanto vuole, però sempre  avendo letto effettivamente il libro.
Lo stile di Morson, pieno  di riferimenti alle lotte interne ed esterne all’università di Oxford al tempo, è molto difficile, tanto più che all’inizio lo stile, non essendo sufficientemente arioso e brillante, come quello dei romanzi di Doherty, ma invece, teso e plumbeo, rende la lettura alquanto difficoltosa, tanto più che la base del plot è quantomai difficile da individuare. Ma man mano che si legge e la storia progredisce, aumenta in maniera spasmodico quasi il voler arrivare a capire il tutto e quindi a finire il libro.
Stilisticamente, il romanzo privilegia alla scrittura narrativa basata su un unico discorso, quello frazionato, con vari personaggi seguiti come da una virtuale telecamera, nelle loro azioni, finchè il loro operato non verrà spiegato nel convulso finale. E’ un procedimento seguito svariate volte, da vari autori, e che ha evidentemente lo scopo di aumentare la tensione, interrompendo un discorso e riprendendolo poco alla volta.
Per di più il mystery, non raggiunge l’identità dell’assassino all’ultima pagina, ma qualche pagina prima, trasformandosi nell’ultimissima fase, in un vero e proprio thriller, partecipando il lettore al tentativo di impedire che l’omicida, il “bonhomme”, uccida Simone V di Montfort, e non per motivi legati all’opposizione al re.
Detto tra noi, se lo avesse ucciso, avrebbe risparmiato all’Inghilterra vari eventi luttuosi, e soprattutto avrebbe evitato che il figlio di Riccardo di Cornovaglia, l’innocente Enrico, ricordato da Dante, venisse ucciso nella Chiesa di San Silvestro a Viterbo, dai figli di Simone V.
Concluso dicendo che per l’esposizione e l’atmosfera mirabili, ed il plot veramente spattacolare, non vedo l’ora e anzi spero che in un futuro si leggano altre avventure di Falconer, unica delle poche volte in cui rendo merito a Forte di aver proposto un romanzo.

Pietro De Palma

domenica 18 giugno 2017

Qualche rigo in ricordo di Sergio Altieri

Non ho mai conosciuto Altieri, di persona intendo. E come gusti letterari eravamo molto distanti. Avevo letto anni fa la trilogia Magdeburg, un po' per volerlo conoscere - perchè non mi va di criticare solo perchè lo fanno gli altri - e francamente non mi era piaciuta. Sarà che oramai il mondo medievale lo accetto solo o in saggistica - che deve essere rigorosamente documentata - o in romanzi polizieschi storici, in cui però la lotta, gli intrighi, il costume devono passare in second'ordine o comunque muoversi sullo sfondo del delitto, la visione apocalittica molto nera di Altieri non mi era piaciuta. Punti di vista, certo. Però era un grande scrittore, e questo è innegabile. Direi il più grande scrittore italiano del genere, al limite tra fantasy-fantascienza-poliziesco noir, assieme a Stefano Di Marino.L'ho criticato anche piuttosto diffusamente anni fa, ma l'ho sempre ammirato: almeno era uno "con le palle".
Ieri per caso un'amica, ritrovata dopo anni di indifferenza, Giuseppina La Ciura, una grande lettrice di romanzi polizieschi che una volta traduceva anche, mi scrive e tra le altre cose mi dice "Come saprai(tu sai tutto),è morto Sergio Altieri".
Non sapevo nulla.
Possibile mi son detto? Vado a vedere. Sì era morto di notte per un malore. Brutto modo di morire, da solo, disperato. Sembra quasi che la sua morte abbia incarnato quello per cui era diventato famoso in Italia: il noir estremo. Non mi sono unito agli altri che lo piangevano su FB. Ho pensato subito invece di scrivere io qualcosa, per ricordarlo dal mio punto di vista.
La prima volta che ne sentii parlare, fu da Igor Longo. 
Non mi ricordo il tempo, ma credo che fosse il 2006. C'era stata una riunione di redazione - a quel tempo la redazione dei Gialli c'era, non ora che si dice che esiste e non c'è invece, perchè a differenza di oggi, si doveva discutere di copertine, di romanzi, c'era chi scriveva il taglio di introduzione al romanzo in copertina, perchè di romanzi ce n'erano sei o otto che uscivano non ricordo, non due come oggi, più l'apocrifo - e mi ricordo benissimo che Igor mi scrisse e mi raccontò com'era andata: si era presentato e aveva cominciato ad esporre la sua linea editoriale, e aveva rinforzato il tutto con espressioni americane. Igor era molto eccitato, me lo ricordo. Da come Altieri aveva esposto il programma, il Giallo avrebbe incontrato un boom: ne parlava come un nuovo Messia. E io in quell'occasione gli dissi chiaramente che secondo me una rivoluzione - quella che lui voleva attuare - avrebbe portato più danni che altro, perchè il bacino lettori dei Gialli Mondadori da sempre è formato da un pubblico piuttosto conservatore in quanto a gusti, e come tale le novità sarebbero dovute essere apportate con tatto, non forzatamente.
Ma è anche vero che Igor vedeva in lui una stagione nuova, perchè lo aveva già incontrato, anni prima, durante una presentazione. Altieri da quello che lessi, non doveva essere molto ben addentrato nel genere di letteratura che perorava Igor (e il sottoscritto ovviamente), però l'intervento di Igor era stato molto ben accettato. Perchè Altieri era democratico. E anche perchè era curioso. Voleva conoscere quello che non conosceva. In quello eravamo simili.
Quello che poi accade col tempo mi dette ragione, ma è altrettato indubbio che Altieri aveva dalla sua una grande forza editoriale: era scrittore, era famoso, era stato sceneggiatore. Essere per lui editor era una nuova esperienza, ma non è che ne avesse bisogno per essere famoso: lo era di già. Per cui le sue scelte erano sempre autoritarie. Solo che l'autoritarietà non era un mezzo imposto con la forza, ma discendeva dal suo stesso essere carismatico: si accettava le sue volontà perchè era Altieri. E molti avevano fiducia in lui.
Debbo riconoscere - ma l'ho sempre detto altrove e anche nei miei blog - però che la sua visionarietà, il suo volere forzare la monotonia della situazione, il suo vento di rivoluzione, se ebbe risultati disastrosi sulle vendite - due collane da lui varate finirono nella polvere e tutti i romanzi acquistati all'epoca finirono per essere riversati sul Giallo Mondadori snaturandolo - peraltro ebbe risultati straordinari per quanto riguardava la volontà di apparire tramite i nuovi mezzi tecnologici su internet, di varare una piattaforma in cui il Giallo fosse visibile finalmente, con spazi in cui i lettosi si confrontassero e così facendo anche facessero pubblicità alle testate. 
Nacque così il Blog del Giallo Mondadori, che fu una invenzione di Altieri. 
Eppure, io che mi aspettavo di leggere qualcosa, proprio sul Blog del Giallo, ieri, su Altieri non ho trovato nulla: è diventato veramente un camposanto quel blog! Sapete dove è stato postato il ricordo? Sul Blog di Segretissimo:tra gli altri mi è piaciuto molto il post di Stefano Di Marino. Un altro che mi piacerebbe conoscere.
Eppure un tempo non lo era: come non ricordare quando nel giugno 2008, quando per la prima volta la piattaforma divenne visibile, la volontà di confrontarsi, di parlare (e sparlare) ma sempre e comunque avendo nel cuore le pubblicazioni del grande Arnoldo, mai dimenticato fondatore. Mi ricordo quando cominciammo a confrontarci, con post di fuoco, noi, quelli che peroravano il mystery e loro, quelli che volevano un sempre più presente poliziesco al'italiana e noir: fu Giuseppina che accese la miccia. Per una copertina di un romanzo di Abbot, l'ultimo: era stato voluto dall'Editor (sulla scelta del titolo, l'Editor ha sempre l'ultima parola) un titolo che di Giallo Classico non aveva nulla: Killer² (titolo originale The Shudders o anche Deadly Secret ).
Da una parte Io  divenni il portabandiera del gruppo (tutta gente incazzata: Giuseppina, Alberto detto Killer mantovano, e altri, tra cui anche Fabio Lotti, che però cercava di mediare, appoggiandomi però) e dall'altra Stefano Di Marino (Il Professionista) e un'altra serie di tipi tra cui un Kurt Dehn che non so ancora chi fosse (pensai finanche Altieri ma ora so che non era). C'era anche uno che si faceva chiamare Quiller (Killer?) e che io per un certo tempo pensai pure che fosse Igor (ma a torto).
Ce ne davamo di santa ragione e ci divertivamo. Io pungevo e poi mi ritraevo. Mi ricordo una volta che misi una serie di punti esclamativi. E quelli, Di Marino a dirne di tutti i colori, perchè li stavo prendendo per il c... Io facevo l'offeso, facevo finta di scendere dalle nuvole, ma in realtà gongolavo. Perchè si accendeva un altro fuoco. E dai altri a menare benzina! 
Che tempi! Tutti volevamo dare il nostro contributo perchè il Giallo fosse sghettizzato in Italia e diventasse qualcosa di importante. E di gente che veniva a leggere il Blog ce n'era moltissima: lessi da qualche parte che in quel periodo si realizzarono punte di gradimento di circa diecimila persone. Poi col tempo mi moderai: io che gli hard boiled li usavo come tirassegno per le freccette un altro e poco, ora li leggo. Fu proprio quell'arena a darmi la forza di farlo. Perchè non mi andava di lanciare pietre contro Di Marino e contro Altieri  senza aver letto qualcosa di loro, capire perchè si comportassero in quel modo. Così poi lessi Altieri, Di Marino,Nerozzi. 
Mi ricordo quelli che cercavano di mediare (Lotti che non sento neanche più, peccato! E che un tempo stavano sul Blog), e quelli che stavano nel mezzo, "i democristiani" del blog: Luca Conti (che democristiano non lo è stato mai!) per esempio, che da una posizione vicino a Di Marino, si spostò sempre più al centro, allontanandosi atarassicamente dalla lotta.
Quelli erano i tempi di Altieri.
Io non l'ho mai conosciuto personalmente, ma i rapporti - mediati da Dario Geraci che era un suo amico- erano rispettosi l'uno nei confronti dell'altro. Pur sapendo che avversavo la sua linea editoriale, MAI dico MAI Sergio Altieri, per partito preso, mi rigettò gli articoli che scrivevo, articoli su grandi autori, che dovevano rappresentare un motivo di riflessione, di critica buona. Non è un caso che da allora, io non abbia più scritto collaborazioni per il Giallo Mondadori (salvo qualcosa all'inizio del periodo di Forte).
Era una persona democratica, che rispettava l'avversario quando anche non ne accettava i presupposti.
Per questo lo rispettavo.
Non ti ho mai conosciuto personalmente Sergio. Non ci siano mai neanche contattati telefonicamente o per iscritto. Ma un ricordo per come ti ho conosciuto ho voluto comunque scriverlo. Perchè nel bene o nel male hai rappresentato comunque un trascorso per alcuni di noi.
Mi dispiace che tu sia morto.
Ma mi dispiace ancor di più che tu sia morto da solo, senza nessuno vicino.
Spero solo che tu non abbia capito che stavi morendo.
Una morte così non l'augurerei a nessuno, neanche al peggior nemico.
E tu non lo eri certamente. 

P. De Palma

P.S.
Un articolo bellissimo, un commiato, è quello a firma  Roberto Casalini sul sito WIRED :

 https://www.wired.it/attualita/media/2017/06/17/mio-amico-alan-d-altieri/


sabato 17 giugno 2017

Craig Rice: Lasciate fare a Malone (Having Wonderful Crime, 1943) - trad. Antonia Bullotta - I Gialli del Secolo Casini, N° 120 del 4 luglio 1954

Mi sembrava evidente, dopo il lungo articolo con bibliografia ragionata, che almeno un romanzo venisse preso in esame di Craig Rice, tant'è che un racconto, come quello presentato, non può rassumerne i caratteri più tipici come può fare invece un romanzo.
E' il caso allora di "Lasciate fare a Malone" titolo inventato di sana pianta da Casini, per Having Wonderful Crime, sulla base che Malone, che dei tre soggetti ricorrenti è quello più in vista, anche qui è determinante per la soluzione, o meglio è determinante per come la soluzione venga accettata, giacchè tutti e tre, Jake Justus, sua moglie Helene Justus, e l'amico di Jake, John J. Malone, indovinano degli sviluppi, che poi saranno deterrminanti per inchiodare l'assassino.
Il romanzo, è del 1943, ma se si dovesse prestare fede a Wikipedia, non dovrebbe esistere in quanto tradotto in Italia: ecco per quale motivo, chi volesse sistematicamente conoscere l'opera della scrittrice statunitense, dovrebbe fare riferimento al mio articolo guida pubnblicato in questo blog:

http://lamortesaleggere.blogspot.it/2017/05/craig-rice-gli-spezzasti-il-cuore-his.html

E' un romanzo che mischia sapientemente azione e deduzione, caratteristica anche per certi versi di altri romanzieri, come per esempio Jonathan Latimer.
Si apre con un certo Dennis Morrison, fresco sposo di Bertha Lutts, che si sveglia non nel suo letto, ma in quello di altri. E ridestatosi, si trova davanti la più bella bionda che abbia mai visto (Heleen Justus). Poi un tipo massiccio, con capelli rossi e lentigginoso, Hake Justus, e infine, abbandonato in un divano, un tipo che russa sonoramente, l'avvocato penalista John J. Malone. I tre lo hanno raccattato in un locale, dopo che era statto anche menato, ubriaco fradicio. Improvvisamente Morriso si ricorda della moglie, che ha lasciato il pomeriggio prima nella loro camera di hotel, per andare a bere qualcosa. La cosa non si spiega bene inizialmente e trova giustificazione solo nel prosieguo della storia: Morrison è un gigolo, un accompagnatore che offre bella prestanza e all'occorrenza performances sessuali quando richiesto dalle signore che deve accompagnare e ehe richiedono i suoi servigi. Una di queste, la ricchissima Bertha Lutts, sfortunatissima con gli uomini, ha pensato bene di cessare di apparire  come la zitella ricca, preferendo la parte della divorziata con esperienze: pertanto ha deciso di sposare il bel gigolo, contro il parere del suo tutore, che peraltro avrebbe voluto ritardare il più possibile tale eventualità avendo disposto in maniera del tutto personale del ricco lascito previsto per Bertha. Tuttavia dopo averlo sposato, siccome non lo ha sposato per amore ma per convenienza, è timorosa se andare a letto con lui o no.
Fatto sta che quando Morrison torna nella sua stanza d'albergo, trova la moglie morta. Ancora di più: la trova decapitata. E' evidente il suo senso di sbandamento. Per di più i tre si arrogano il diritto di difenderlo, giacchè è evidente che il principale sospettato è lui. Ricostruiscono il suo percorso errabondo per locali, per giungere ad evidenziare come non si possa proprio puntare il dito accusatore solo verso di lui. Tanto più che nessuno, pur uccidendo, decapiterebbe la sua vittima, sempre che non fosse un pazzo squilibrato. Il fatto è però che di sangue se ne trova poco, e la dissezione è stata fatta, come testimonia il medico della polizia, in maniera perfetta, come neanche avrebbe fatto un boia o una ghigliottina. E sicuramente Morrison non la conoscenze adeguate per aver fatto uan cosa dele genere.
I tre quindi cominciano ad investigare, tanto più che Arner Proudfoot, l'ex tutore di Bertha ha assunto Malone per ritrovarla, anzi per ritrovarne la testa. Infatti è accaduto, cosa stranissima e assolutamente fuori della comprensibilità, che l'assassino, per ragioni solo proprie, non solo ha ucciso Bertha, non solo l'ha decapitata, ma ha anche messo sul corpo di Bertha  la testa di un'altra donna, che ha a sua volta decapitato. Quindi si deve trovare non solo l'assassino responsabile dell'orribile duplice omicidio, ma anche bisogna dare un nome all'altra vittima.
Le indagini danno i suoi frutti: dopo aver tolto ciglia finta e aver riportato i capelli alla tinta originaria, si riconosce in quella, la testa di tale Gloria Garden, modella anche piuttosto avviata. La testa viene riconosciuta dal vecchio padre, il dottor William Puckett, distrutto dal dolore.
Intanto tra gli appunti trovati accanto al corpo di Bertha Lutts, si trovano anche quelli di tale Wildavine Williams, che sembrano profferire minacce di morte nei confronti della vittima. Mentre Jake sta controllando tutto nella camera d'albergo, sente dei passi, fa in tempo a ficcarsi nella vasca da bagno protetto dallatendina della doccia, ed evitare che tre poliziotti lo becchino, salvo poi tirare un destro ad uno ed scappare quando viene scoperto. Si reca da tale Wildavine e scopre che quella è una poetessa, male in arnese, amica della morta, a cui leggeva l poesie nella speranza che qualcuna venisse da lei sovvenzionata e poi pubblicata. Solo che viene beccato dalla polizia, che ha raggiunto le sue stesse convinzioni, e tratto in arresto.
Intanto la moglie sta seguendo un'altra pista: fingendosi una cliente in cerca di follie notturne, comincia a frequentare le varie agenzie di accompagnatori, finchè trova quella giusta: il suo accompagnatore Harris Lawrence, cade nella sua trappola di fingersi una ricca svampita in cerca di emozioni, e la sottopone allo stesso trattamento, riservato a tante altre: finge una retata della polizia, e poi con la complicità di chi debba atteggiarsi a suo salvatore, cerca di spillarle dei soldi. Il fine di Helene è quello di trovare il ricettatore che ha incassato gli stessi gioielli, scomparsi a Bertha, dalla camera d'albergo. Solo che il ricettatore, accusato come Lawrence e il suo compare dell'omicidio di Bertha, non solo come gli altri si protesta innocente, ma anche sostiene che a pignorare da lui i gioelli fosse stata una ragazza, che poi viene riconosciuta essere la Garden.
Il mistero si infittisce.
Dopo certe supposizioni, rivelatesi alcune giuste altre errate,  Jake viene a sapere che la sera della tragedia, chiamata da Bertha, era salito un medico, di cui nessuno aveva parlato. Da quel momento in poi gli eventi diventano frenetici, fino a concludersi il tutto in una proprietà fuori mano, dove si incontrano due persdone fuori di mente: il primo ha ammazzato due donne, il secondo ne ha tagliato le teste, invertendole, per uno scopo ben preciso, che ha a che fare con l'eredità, e con la morte presunta. L'assassino non è Henry Lawrence, che poi si chiama Howie Lutts ed è la pecora nera della famiglia di Bertha, ma...
Siccome chi ha scambiato le teste, delle due donne precedentemente uccise, ha agito follemente per vendetta, in un doppio finale, viene attribuito il tutto all'assassino vero, in modo da non far condannare lo scambiatore di teste.
Romanzo, lo devo dire in tutta franchezza, sensazionale. Uno di quei romanzi che non si dimenticano.
La trovata dello scambio di teste non è campato in aria ma ha delle motivazioni ben precise, che si capiscono solo nel palpitante finale.
Come tutti i romanzi di Craig Rice, è alquanto bizzarro, ma proprio nella sua stranezza ha i suoi punti forza: l'assassino non ha scambiato le teste, ma l'ha fatto qualcun altro, per scombinare i piani dell'assassino e per fargliela pagare; questa modalità, che è alquanto singolare (la decapitazione ricorre in pochi romanzi, e quasi sempre dei Maestri: Ellery Queen, Ngaio Marsh, Christianna Brand...), collega questo, ad un altro romanzo di qualche anno precedente: Il Mistero delle Croci Egizie (The Egyptian Cross Mystery, 1932). La cosa non è casuale nè campata in aria: per sua stessa ammissione, Ellery Queen era l'autore preferito di Craig Rice. Nonostante ciò la Rice non è Vandiniana, semmai è Elleryana: infatti in entrambi gli autori, la complessità del plot e dei subplot, costituisce la caratteristica saliente dei romanzi. Peraltro la concatenazione dei due romanzi, è anche in ragione del fatto che il secondo omicidio è richiamato dal primo e viceversa: tuttavia mentre nel romanzo di Queen, la decapitazione è funzionale alla non assoluta riconoscibilità dei cadaveri, qui dei cadaveri  si conosce l'identità, ma la ragione consiste in un movente psicologico molto difficile da afferrare all'inizio: ritardare il più possibile il conseguimento del fine alla base del movente del duplice omicidio. Inoltre il tema della decapitazione dei cadaveri, ricorre anche in altra storia di Rice (un po' come è avvenuto nell'opera di Christianna Brand): My Kingdom for a Hearse. Solo che qui l'amputazione anatomica è portata al massimo.
Inoltre anche in questo romanzo, un tema come quello del matrimonio di cui nessuno sapeva nulla, trova piena applicazione.


Pietro De Palma