sabato 2 dicembre 2017

Ngaio Marsh : Scaglie di giustizia (Scales of Justice, 1955) - trad. Pietro Ferrari - I Classici del G.M. N°735 del 1995



Nella mia attività di critico a tempo perso e di blogger ho conosciuto parecchia gente: alcuni sono diventati amici, altri li ho persi strada facendo. Di questi, qualcuno l‘ho ritrovato ogni tanto, per es. Bernardo Cicchetti, Luca Conti, Giuseppina La Ciura; altri li ho irrimediabilmente persi. Però siccome il mondo è fatto a scale, se ne ho persi taluni, talaltri li ho acquistati. Mi è capitato, per es. di conoscere tempo fa, un ragazzo diciottenne che ha cominciato a seguirmi, soprattutto su Anobii, e poi anche sui miei blog, appassionato del mio stesso “pallino”, le Camere Chiuse, ma  anche di tutto il genere poliziesco. Un  ragazzo che sta aprendosi e quindi ha bisogno di una guida. Un bel giorno, parlando del più e del meno, gli ho rivelato una mia insoddisfazione: non aver potuto mai leggere un certo romanzo di Ngaio Marsh, il mio autore preferito, assieme a Carr ed Ellery Queen. Lui, in men che non si dica, più esperto del sottoscritto nel cercare articoli da comprare su internet, l’ha acquistato e poi me l’ha regalato. Io non ho potuto che ricambiare questo suo atto, regalandogli a mia volta sei romanzi che non possedeva.
Il romanzo in questione è Scales of Justice di Ngaio Marsh. Romanzo del 1955, è il diciottetimo con Roderick  Alleyn, figlio di una lady, fratello di un baronetto, un nobile che alla carriera diplomatica ha preferito  la scalata lenta di una professione maltrattata ma di grande presa: quella del poliziotto. Un poliziotto nobile. Ce n’è stato un altro, “figlio” di un’altra delle 4 Crime Queen, Dorothy Sayers: Lord Peter Whimsey. Ma quello è un nobile che si improvvisa detective, un po’ per snobismo un po’ per passione; qui invece abbiamo un nobile che ha scelto, come lavoro, fare il poliziotto: partendo dalla gavetta, da semplice Ispettore. In questo romanzo lo troviamo Ispettore Capo, seguito come un’ombra dal suo “aiuto” l’Ispettore Brer Fox.
La nota interessante è che lo troviamo ad operare in un panorama fiabesco, in una angolo del vecchio mondo feudale britannico, in cui quattro famiglie, i Cartarette, i Syce, i Lacklander e in Danberry-Phinn, da secoli eredi dei propri tradizionali blasoni, sono unite, più o meno saldamente. L’evento che le fa irrimediabilmente venire a contatto, è la morte del vecchio Sir Harold Lacklander, ambasciatore molto attivo e di grande prestigio durante la seconda guerra mondiale. Prima di morire ha lasciato l’incombenza gravosa di pubblicare le sue memorie, al suo amico, il Colonnello Cartarette: gravosa soprattutto perché sicuramente verrà affrontato il tema della morte del rampollo  di una delle quattro famiglie nobili, il giovane Ludovic Danberry-Phinn, che aveva lavorato con Sir Harold durante la guerra, venendo coinvolto in una fuga di notizie che aveva portato i nazisti a vincere la concorrenza inglese, cioè di una potenza ostile, nella gestione  di un certo affare di un paese neutrale: ne era seguito il suo suicidio. Ora Sir Harold probabilmente voleva in maniera postuma riabilitarne la memoria. Ma come?
Tutti temono questa estrema volontà del vecchio. Principalmente i familiari stretti di Sir Harold che temono il peggio, cioè di essere coinvolti direttamente e di pagare il disonore della morte del giovane Ludovic con il disonore di qualcun altro.
E’ evidente che cerchino di convincere il vecchio Cartarette a non pronunciarsi e a non pubblicare il controverso settimo capitolo; ma il colonnello è tutto d’un pezzo, e anche se gli viene minacciata la rottura del fidanzamento tra sua figlia Rose e Mark Lacklander, il figlio di George Lacklander, figlio primogenito di Harold e ora divenuto baronetto, non si scompone e tiene duro.
Tuttavia vuole prima parlarne a Octavius Danberry-Phinn, il padre di Ludovic, che dopo la tragedia del figlio ha smarrito se stesso, perdendo anche la moglie e vivendo con una miriade di gatti: ha la passione della pesca delle trote come pure Cartarette, e spesso litigano perché i Lacklander, padroni in sostanza di Swevenings, un piccolo paese, hanno affittato ai loro due amici i tratti del Chyne, il fiume che scorre attraverso i suoi prati, le cui acque sono piene di trote. I due sono soprattutto avversari volendo entrambi catturare “Il vecchio amico”, una trota di eccezionale peso, oltre due chili, che è la dannazione dei pescatori.
Nel pomeriggio avanzato che il colonnello deve parlare del manoscritto a Octavius, e poi alla vedova di Sir Harold, e poi andare a pescare, accade l’imprevisto: l’infermiera Kettle, che abita nella stessa proprietà abitata da Danberry-Phin , costeggiando il Chyne vicino al punto dove vanno a pescare le trote, vicino a dei salici piangenti, trova il cadavere del colonnello, assassinato.
Sente come se sia spiata, e non vorrebbe lasciare lì il cadavere, ma deve pur avvisare qualcuno e così va a cercare aiuto dai Lacklander, che chiedono che se ne occupi un loro pari grado, cioè Roderick Alleyn, Ispettore Capo di Scotland Yard e figlio di baronetti. Intanto è venuto a piovere a dirotto e si evita che le poche tracce vadano via.
Le indagini partono subito e l’analisi dei reperti, mette in luce delle stranezze: viene trovata la grossa trota all’origine delle liti tra Cartarette e Danberry-Phin, accanto al cadavere, con dell’erba tagliata ed un coltello, come se il colonnello stesse per fare con l’erba una specie di canestro per il pesce; la cosa strana è che la trota era stata precedentemente pescata da Octavius che aveva sconfinato e da lì era nata l’ennesima lite: il colonnello con la sua integerrima onestà non si sarebbe mai appropriato del pesce. E allora? Alleyn è convinto che ce ne fosse un altro di pesce che è stato sostituito, pesce che verrà trovato da Kitty Cartarette, la vedova del colonnello, mezzo spolpato da una grossa gatta di Octavius. La prova di questo è data dall’esame minuzioso della trota, che permette di trovare altre scaglie, le cosiddette “scaglie di giustizia”, che permettono di stabilire come esse fossero di altra trota. Le scaglie sono come delle impronte digitali: ce ne saranno di uguali solo se il pesce abbia avuto stessa storia, habitat di caccia, età di un altro. E queste non lo sono. Inoltre viene trovato un lurido straccio usato dalla vedova di Sir Harold quando va a dipingere, con macchie di colori ma anche puzzolente di pesce, in cui vengono trovate l e scaglie di entrambe le trote.
Il colonnello è morto a causa di una profonda ferita alla testa, inferta a brevissima distanza: si ipotizza che l’omicida abbia fatto uso di un barchino per andare sul fiume, trasportato dalla corrente, che segue sempre lo stesso iter andandosi ad incagliare proprio davanti al luogo dove è stato trovato il cadavere. Questo perché non sono state trovate impronte dal sentiero sino alla macchia dei salici, oltre quelle dell’infermiera. Il colonnello prima è stato tramortito, per mezzo un grosso bastone o un ombrello o una racchetta da tennis o una mazza da golf, e poi qualcuno, con disumana ferocia, appoggiando alla tempia sinistra il bastone estensibile dello sgabello usato dalla vecchia Lacklander quando va a dipingere, si è seduto sopra, fino a trafiggere in profondità il cranio e il cervello.
Le indagini seguono due filoni: quello della pesca di frodo ( e il colpevole sarebbe Octavius allora), e quello della pubblicazione del manoscritto di Sir Harold (nel qual caso i colpevoli sono George Lacklander e la madre, il figlio Mark). Il parco sospettabili potrebbe aprirsi anche a Kitty, perché amoreggia con George, e a Rose Cartarette, innamorata del padre, ma anche di Mark. E finanche del capitano Syce, vecchio amico di Cartarette, che era l’amante di Kitty a Singapore, e dopo averla persa lì, l’ha ritrovata come vicina, essendosi ella sposata a Cartarette, dopo esser stata a Singapore presentata al colonnello. Anche Kitty è di estrazione nobiliare, forse di lignaggio maggiore ai Lacklander.  Syce, sarebbe escluso dai sospetti solo per effetto di una lombaggine, per cui è stato curato da Kettle che se ne è innamorata. Tuttavia qualcuno afferisce di aver visto, in un’ora in cui sarebbe dovuto essere a riposo, il capitano Syce in piedi, a lanciare frecce con un arco da sessanta libre. Una delle frecce viene trovata insanguinata. E del resto la stessa ferita da freccia è compatibile con quella trovata sulla tempia del colonnello.
Alleyn sequestra tutti i vestiti e calzature e calze dei sospettabili, per farli analizzare, allo scopo di trovare le scaglie di entrambe le trote: sarebbe una prova schiacciante. Del resto ha trovato, sulla carcassa della trota spolpata dal gatto, le tracce di qualcosa di acuminato, come dei piccoli chiodi e la traccia di una ferita triangolare, e ricostruisce la scena: l’assassino dopo aver ucciso il colonnello presumibilmente sedendosi sopra oppure infilzandolo con la punta di una freccia, deve esser scivolato pestando l’altra trota, che è rimasta al suo posto perché appoggiata ad una pietra triangolare. E poi deve aver sostituito la trota con l’altra molto più grossa.
Trovando il capitolo scomparso del manoscritto, ricostruirà la storia, e anche l’identità dell’assassino, feroce e abominevole che ha ucciso per motivi abietti e poi ha modificato la scena del delitto indossando dei vestiti e delle calzature non proprie, per addossare la colpa ad altri.
Prima dell’indicazione dell’omicida da parte di Alleyn, proprio l’omicida sarà contrapposto all’infermiera Kettle, innamorata del capitano Syce, che difenderà a spada tratta, così come difenderà tutti i Lacklander, in quanto famiglia e in quanto nobili terrieri, un po’ la stessa difesa dei Danberry-Phin nei confronti dei Lacklander.
L’ultima scena è una di amore tra l’infermiera Kettle e il Capitano Syce: il capitano per lei promette di non bere più whisky e di essere degno del suo amore.
Intanto diciamo che questo è tra tutti i romanzi sinora letti di Marsh, un grande capolavoro: non so se Il capolavoro assoluto, ma sicuramente una delle sue migliori opere. Ngaio, confeziona un grande affresco della provincia terriera inglese, parlando di quattro famiglie aristocratiche, con una scrittura estremamente sofisticata, ma che si legge assai facilmente, ed una introspezione psicologica che lascia poco al caso, riuscendo a caratterizzare meravigliosamente ogni personaggio.  E’ un whodunnit estremamente classico,  una storia  formale molto ben definita, che ricorda molto, ma veramente tanto, i romanzi della tipica crime fiction britannica degli anni '30 e '40 (in un certo senso è un romanzo "fuori tempo", come se per la Marsh non vi fosse stata la Guerra, e l'abbandono del whodunnit classico, anche se il secondo conflitto mondiale entra nella storia di striscio),ambientati nei villaggi rurali, dove il militare, il reverendo, le signore della buona società che partecipano ad eventi mondani per beneficenza, il baronetto sono sempre soggetti che la fanno da padrone: per certi versi questo è il romanzo della Marsh che più è vicino a quelli di Agatha Christie
Il romanzo è pieno zeppo di descrizioni, e si sa che le descrizioni sono l’asso nella manica di Nagio Marsh: quando descrive un angolo di paradiso potete stare sicuri che prima o poi  qualcosa di drammatico accadrà. Qui addirittura, si direbbe che il cattivo presagio sia contenuto in una canzone, un motivo molto melanconico associato ad una visione romantica: due giovani uniti in uno sguardo inequivocabile. Il motivetto, è quello di : Vieni, vieni Morte, ch’io sia nel triste cipresso adagiato. Del resto il connubio, amore-morte è sempre presente: in questo romanzo lo è particolarmente. Laddove vi è amore o sembrerebbe esserci, c’è sempre una nota sbagliata: c’è nella unione tra Kitty e il capitano Syce nel passato dei due, c’è nell’unione di Kitty con George, di Syce con Kettle, di Kitty con Cartarette, di Mark e Rose.
Farei anche una distinzione in merito all’identità sessuale dei caratteri: i personaggi maschili, austeri, sono sempre sfortunati o maledetti: Cartarette, simbolo di un mondo passato è assassinato; Octavius è disastrato emotivamente avendo perso figlio e moglie; Syce è disastrato anch’egli emotivamente, avendo perso l’amata andata sposa ad un suo compagno d’armi, e per di più è semi alcoolizzato; Harold, ha il rimorso di qualcosa appartenente al passato; George, perso nella sua estrema vanità, e nella vuota difesa di un prestigio nobiliare, è sottostimato da tutti, persino dalla madre. I personaggi femminili sono invece vincenti: Kettle è l’infermiera che scommette sempre in qualcosa di positivo; Rose è una donna che sembrerebbe indifesa perchè romantica ma è invece forte nella difesa del suo amore; Kitty è una femme fatale, forte; e anche fortissima è Lady Lacklander, decisa a difendere ad oltranza il suo regno e la memoria dei suo marito e della sua famiglia, con ogni mezzo. Se volgiamo anche Brer Fox, l’ombra di Alleyn è sfortunato, perché una mezza idea sull’infermiera, nel corso del romanzo la fa, ma poi capisce chye è una speranza vana. L’unico personaggio maschile forte e vincente è Alleryn. E qualcuno dei suoi sottoposti, per es. il sergente Oliphant della Polizia della Contea.
Ngaio riesce come sempre a dirigere un’orchestra composita di personaggi, ognuna con la propria personalità, riuscendo a far balenare per ciascuno il sospetto di qualcosa di recondito, oltre che quello che viene affermato.  E questo è un suo estremo virtuosismo: ha il controllo della macroforma, che manca per esempio in molti suoi altri colleghi britannici e soprattutto nei romanzi francesi. E così inventa un plot estremamente complesso, perché è il risultato di tre subplot, che come tre onde parallele con effetto sinusoide, continuamente si intrecciano e si interfacciano, gettando il lettore nel più completo sbigottimento. Francamente, la trota, lì gettata, fa sorgere il sospetto che la pesca c’entri poco con la morte del colonnello; e anche la rivelazione delle memorie del vecchio sir Harold c’entra poi nella realtà con il delitto? Ma se togliamo di mezzo questi due subplot, cosa ci resta? Un’indagine come tante altre, ma in cui i moventi sembrerebbero essere estremamente ridotti se non assenti. E allora, ecco che i due subplots ritornano, e sono proprio alcune loro conseguenze a gettare luce su un movente solare ma nascosto, e a inquadrare un omicida veramente spregevole: malvagio, invidioso, lussurioso, accidioso, iracondo. Si può dire che almeno 5 dei 7 peccati capitali siano nelle sue corde. Che uccide, si traveste per incriminare altri, e ottenere un diverso vantaggio. Che disprezza l’altrui comportamento, celando una miseria emotiva e spirituale veramente disarmante.
Quello che rimane, fino alla fine, è il sospetto che la stessa infermiera Kettle e lo stesso capitano Syce, che si capisce coltivino una tresca, siano innocenti davvero ed estranei al turbillon degli eventi, oppure in qualche modo anche loro vi entrino a far parte. Il capitano in realtà vi entra, ma di sfuggita, solo perché un suo comportamento ha una decisiva importanza poi negli eventi che accadono.
La struttura del romanzo è circolare: infatti comincia laddove finisce. Comincia con l’infermiera che osserva le curve delle colline, e del Chyne che vi scorre in mezzo, e le dimore delle quattro famiglie antiche del posto, e nel contempo osserva la cartina che lei vorrebbe completare, che diventasse come quella per visitare una certa attrazione turistica; e finisce, col capitano Syce che realizza quello che la sua infermiera agognava: una mappa figurata. E’ il regalo di un fidanzamento annunciato, tra due persone ognuna con la sua età e la sua storia, ognuna delle quali concede all’altra un po’ della sua attenzione e della sua stima: il capitano non tiene conto della condizione sociale dell’infermiera, ma guarda più avanti; l’infermiera non guarda alla condizione di alcoolismo come forma di depressione, del capitano ma vuole vedere in lui la capacità di volersi fermare sul declivio della fine, e invece di riprendere la salita. Questa volta con lei al fianco.
C’è anche nel romanzo di Marsh, ed è molto palese, una sorta di rivalutazione della piccola nobiltà terriera, quella parte sociale che ha tenuto per secoli nelle sue mani l’intreccio dei valori base della società: li mette alla berlina, ma solo per definirne meglio le forze di reazione, per far scaturire dai migliori soggetti, la volontà di ricominciare e di dare comunque l’esempio a chi non è di nobili natali come loro. Uno dei soggetti che esce meglio dalla tessitura del romanzo, è il vecchio Octavius: ritenuto un mezzo pazzo, sconvolto dalla morte del figlio prima e della moglie poi, ha sfogato il suo dolore nell’amore per i gatti e per pesca. Ma anche se avesse dovuto, umanamente parlando, avere un umano risentimento nei confronti dei vicini Lacklander, egli invece perdona, perché lo voleva il figlio, un’anima candida, che non ha tradito, ma è stato solo negligente, e anche quando tutti dovrebbero essere contro i Lacklander, lui tende la mano. E’ la vecchia Lady, alla fine del romanzo, che memore di qualcosa che un giorno si era spezzato, stringe la sua a quella di Octavius, rinsaldando un vincolo, defraudato dal tradimento e rinsaldato successivamente dalla stima e dall’aiuto del vassallo al suo signore. E’ un po’ come se il signore, riconoscesse un merito del vassallo e lo promuovesse nella condizione sociale.
Ed è anche come Ngaio Marsh, neozelandese per sempre, affermasse con convinzione: God Save the Queen!
Capolavoro.

Pietro De Palma


venerdì 10 novembre 2017

Rex Stout : Scacco al re per Nero Wolfe (Gambit, 1962) – trad. Laura Grimaldi – I Classici del Giallo Mondadori N° 999 del 2004


In Italia il romanzo è noto sotto il titolo di Scacco a Nero Wolfe, ma in realtà quello originale è Gambit, che non significa “stratagemma” ma “Gambetto”. Il  “Gambetto” è uno dei metodi che lo scacchista puo utiizzare per indirizzare una partita: in sostanza, è un’apertura con la quale, sacrificando uno o più pedoni, si consegue un certo risultato, guadagnando tempo oppure dei pezzi più pregiati. Perchè Gambit?
Innanzitutto diciamo che il titolo americano inquadra perfettamente il romanzo, mentre quello italiano è più vago, meno allusivo e meno diretto.
Nero Wolfe viene assunto dalla figlia di Matthew Blount, Sally, in quanto il padre, che è stato arrestato per la morte di Paul Jerin, rischia la pena capitale, poichè gli indizi in mano alla polizia sembrano schiaccianti. In realtà è Archie Goodwin a perorare la causa della ragazza e ad accettare l’incarico per il suo principale prima ancora che questi lo sappia.

La ragazza è disperata ed offre 22.000 dollari, il frutto della vendita di alcuni suoi gioielli, a Wolfe perchè riesca a dimostrare l’innocenza del padre. In realtà la faccenda sembra disperata: Blount che è lo scacchista più in vista di un club esclusivo, aveva organizzato 12 partite in simultanea con Paul Jerin, un maestro di scacchi molto noto, mettendo in palio dei premi. Jerin, invece però di sostare nella stessa sala, sarebbe stato a disposizione in una saletta privata, senza una scacchiera, ma formulando mosse e contromosse solo con la forza della mente, sorseggiando tazze di cioccolata calda, di cui è ghiotto. A consentire ciò sarebbero stati 4 messaggeri che si sarebbero avvicendati tra la saletta e la sala delle partite: Dan Kalmus, legale di Blount, e a dirla con le parole della figlia, segretamente innamorato della di lei madre, Anne; Charles Yerkes, vicepresidente della banca presso cui opera anche Blount; Morton Farrow, nipote di Anne Blount, moglie di Matthew; e infine Ernst Hausman, grande agente di borsa, amico intimo di Matt e padrino della figlia.

Disgraziatamente qualcuno attenta alla vita di Jerin versandogli nella cioccolata calda tanto arsenico da provocarne la morte. Siccome il solo ad aver portato la tazza era stato Matt, che aveva pure lavato quella che secondo l’accusa avrebbe contenuto la dose mortale, riempiendola poi di altra cioccolata, e secondo alcuni avrebbe avuto come movente la vendetta per certe avances fatte da Jerin nei confronti di Sally, lui stesso era stato accusato di omicidio di primo grado, e arrestato.
Wolfe, essendo le accuse schiaccianti, decide di partire dal presupposto che Matt sia innocente e che quindi qualcun altro debba aver ucciso Jerin per qualche oscura ragione. In altre parole che uno dei quattro messaggeri sia l’assassino.
Tuttavia sa benissimo che la via sarà impervia. Inoltre deve anche combattere contro Kalmus, che non vuole avere Wolfe tra i piedi, nonostante – essendo non un avvocato penale, ma civilista – non sia il miglior legale per un uomo condannabile a morte.
La vicenda diventa meno scontata quando è lo stesso Ispettore Cramer a fornire la prova di un diverso modo di intendere la faccenda: tutti e quattro i messaggeri non avevano mai conosciuto Jerin e quindi non avrebbero avuto alcun motivo per desiderarne la morte. Partendo dal presupposto che Matt, essendo innocente, non l’avesse ucciso neanche lui, Wolfe formula un’altra ipotesi, ancora più cervellotica: che cioè qualcuno abbia sacrificato Jerin conseguendo al tempo stesso un altro risultato: far incriminare Blount e farlo uccidere con sentenza capitale. Cioè, in termini scacchistici, che abbia utilizzato il Gambetto: ha sacrificato un pedone (Jerin) puntando all’eliminazione di un pezzo più grosso (Blount).

Wolfe arriva a questa sensazionale intuizione, analizzando anche le mosse dei vari giocatori, e scoprendo come alcune erano finalizzate a confondere le acque, senza un apparente fine di gioco mentre altre erano più logiche. La confusione mentale e il blando sedativo versato nella cioccolata, avrebbero dovuto offuscare la capacità analitica di Jerin, consentendo ad alcuni giocatori di vincere più facilmente. E quindi al club di guadagnare in notorietà.
Wolfe inizialmente pensa che l’avversione di Kalmus a lui stesso, sia strumentale: ossia, se fosse lui l’assassino, starebbe facendo tutto questo perchè Nero Wolfe non se ne occupasse e così condannerebbe a morte il suo assistito, e potrebbe poi sposarne la moglie.
Kamus rigetta le accuse, anzi dimostra di aver per primo pensato alla soluzione di Wolfe, non trovando però chi avrebbe potuto commetter il delitto.
Wolfe decide allora di sentire gli altri: oltre Ernst Hausman – che si era presentato spontaneamente, suggerendo a Wolfe una soluzione molto arrangiata e sbrigativa, facendo sì che fosse il cuoco a sopportare il massimo fastidio, avendo preparato lui la cioccolata in tazza – Wolfe convoca gli altri tre, li interroga, e conclude poi che nessuno dei tre, sembrava che non c’entrasse nulla.
Eppure uno deve esser stato, se il dottor Avery, anche lui scacchista, ha soccorso Jerin e gli ha dato l’antidoto senza però fargli la lavanda gastrica, non essendoci gli strumenti adatti allo scopo,  anche se poi Jerin è morto lo stesso.
Persuasosi che ad uccidere Jerin sia stato Kamus, ordina ai suoi uomini di setacciar la casa di Kamus, che vive da solo essendo vedovo e coi figli oramai grandi e sposati, e trovarvi l’arsenico mortale. Ma qual’è la sorpresa di Archie e Sally, accompagnati all’appartamento dal portiere dello stabile, quando ritrovano Kamus morto stecchito e strangolato!
Tutto da rifare? NO. Perchè partendo dal presupposto che  nessuno avesse potuto avvelenare il bricco, e venendo a sapere che Matt qualcosa l’aveva messa nella tazza, anche se non arsenico, cioè un sedativo in grado di obnubilare le facoltà mentali di Jerin e permettergli quindi di avere la meglio scacchisticamente nei suoi confronti (ed è cosa che sapevano almeno altre due persone), capisce (è preceduto da Archie però) chi possa essere il duplice assassino e gli tende una trappola. Wolfe, in una riunione improvvisata a casa sua, finge di essere sconfitto (e restiuisce all’uopo i 22.000 dollari) e nella stessa sede, davanti a tutti gli attori del dramma (i 4 messaggeri, Avery, Sally e la moglie di Matt, Anne) dichiara di avere anche licenziato Archie per negligenza sul lavoro. Il fine della messinscena è che Archie, svincolato dal lavoro di investigatore presso Wolfe, si finga ricattatore, e faccia una telefonata ad uno degli attori del dramma, convocandolo presso un noto ristorante della città, promettendogli di non rivelare certe cose, dietro compenso di 100.000 dollari. Messo alle strette ed ingannato abilmente, all’assassino non apparirà altro da fare se non uccidersi, visto che Wolfe ha fatto in modo pure che i discorsi tra Archie e l’assassino nel ristorante fossero registrati grazie a dei microfoni abilmente dissimulati in vari punti del ristorante.

Romanzo del 1962, Gambit è per certi versi una delle migliori opere di Wolfe e può essere messo alla pari con romanzi famosi scritti prima del secondo conflitto mondiale. E’ un mystery! E che mystery! Mischia abile e cervellotica analisi psicologica ad un’analisi dettagliata degli indizi. Per certi versi è una delle opere di Rex Stout che più si avvicina ai modelli queeniani: l’aver concepito un movente così sottile, è di per se stessto un’opera d’arte.
Io credo che Wolfe pensi al Gambetto e quindi alla possibilità che qualcuno abbia ucciso Paul Jerin per conseguire un fine indiretto, cioè  l’eliminazione di Blount attraverso la morte del primo,innanzitutto pensando al Club in cui è avvenuto il delitto: se infatti il Club è dedicato al Gambetto è lecito supporre che gli iscritti lo conoscano e lo pratichino. E che quindi anche lo stesso assassino, poichè il cuoco ed il maggiordomo sono stati fin dal principio esclusi dal novero dei sospettati, sappia cosa sia. E che siccome l’assassino, senza pensare alle sue parole, in una sorta di autodifesa delle proprie capacità scacchistiche,  rivela in due distinte occasioni, a lui prima, e ad Archie dopo, di aver giocato il contro gambitto di Albin, che Houghtelin aveva usato nella partita con Dodge nel 1905, vincendo alla sedicesima mossa, come sua risposta alla mossa di Jerin che Yerkes gli aveva comunicato ( pagg. 106 e 164), quando ancora Wolfe non sospetta che lui sia l’assassino, fà sì a mente lucida, dopo aver eliminato tutte le altre possibilità, i sospetti si indirizzino nei suoi confronti. Del resto, la stessa risposta dell’assassino sull’ipotesi che lui praticasse il contro Gambetto nei confronti di Jerin, potrebbe anche significare a livello inconscio, una ammissione di responsabilità: come a dire, “scemo che non sei altro, io sono l’assassino e tu non te ne sei neanche accorto!“.

Il “contro gambetto Albin”, è una difesa inusuale contro un tentativo di “Gambetto di donna”: se il pedone bianco davanti  al re muove in d4 quello nero del re risponde in d5, causando un avanzamento del pedone bianco davanti all’alfiere in c4 e come risposta quello del pedone nero davanti alla regina in e5. In questo modo il pedone nero si trova ad avere maggiore forza d’urto e campo d’azione davanti alla difesa dei bianchi.
Da varie fonti si viene a sapere che questa difesa scacchistica venne utilizzata per la prima volta in un torneo italiano nel 1881, ma divenne famosa quando un campione della scuola scacchistica viennese, Albin, la usò per la prima volta in America, durante il Torneo di New York, nel 1893, contro Lasker. Fu poi usata da Lasker contro Hodge nel 1905, da Alekhine, e da altri. Recentemente da Nakamura in America.

Nel testo si fa riferimento ad una partita che sembra non si sia mai svolta: non esisterebbe infatti da mie ricerche un Houghtelin contro Dodge, ma un Lasker contro Hodge nel 1905.
Inoltre si fanno altri riferimenti scacchistici.

Nel capitolo 3, quando Archie si reca al club scacchistico nella Sesta Avenue, all’interno vede una scacchiera con i pezzi in avorio e lapislazzuli che pare fosse stata usata nientemeno che da Luigi XIV, e su cui era stata svolta una celeberrima partita rimasta agli annali, nel 1858 a Parigi ,”The Opera Game”, tra il maestro di scacchi americano Paul Morphy da una parte e altri due celebri giocatori dall’altra in coppia: il Duca Karl II di Brunswick e l’aristocratico francese, il Conte Isouard (pag. 42).


Sempre nel terzo capitolo, Archie assiste casualmente ad una partita nel Gambit Club e confessando di non capirci un’acca, dice “conceded that I would never be a Botvinnikk” (espressione che manca del tutto nella traduzione approntata al tempo da Laura Grimaldi): Mikhail Botvinnik fu un grandissimo campione di scacchi sovietico, Gran Maestro e Campione mondiale di scacchi per ben tre volte. Poi nel cap. 7 a pag. 92, Morton Farrow, nipote di Anne Blount, uno dei quattro messaggeri, in merito alle sue qualità scacchistiche, ammette davanti a Wolfe che in sostanza non è che gliene freghi molto degli scacchi e che se li pratica (conosce tutte le aperture ma poi non sa come procedere) è perchè il suo zio acquisito dice che sviluppino le capacità cerebrali. Lui obietta che se ciò fosse vero anche Bobby Fischer dovrebbe essere intelligente,cosa che lui non crede (“I’m all right the first three or four moves, any opening from the Ruy Lopez to the Caro-Kann, but I soon get lost. My uncle got me started at it because he thinks it develops the brain. I’m not so sure. Look at Bobby Fischer, the American Campion. Has he got a brain?“).
Il romanzo è molto interessante anche per altre cose, perchè condivide particolari del plot con 3 racconti scritti da Stout precedentemente.

Innanzitutto, la collocazione del ristorante “Piotti”: in Poison à la carte, racconto del 1960 (tradotto in Italia col titolo “Colpo di genio“) il ristorante è collocato nella 14^ Strada ad Ovest della Seconda Avenue, mentre nel romanzo è posto nella 13^ Strada ad Est della Seconda Avenue (pare che Stout non fosse molto preciso su determinati particolari nei suoi romanzi). E poi… la registrazione tramite magnetofono e microfoni, che avviene dentro il ristorante, condivisa proprio col racconto Poison à la carte; l’assassinio che avviene con la somministrazione del veleno tramite un alimento, che era già stato collocato nel racconto “Cordially invited to Meet Death” del 1942, tradotto in Italia come  “Cordialmente invitati ad incontrare la morte” (contenuto nel volume Orchidee nere); ed infine, il modo di eliminare un avversario attraverso la morte di un innocente, che era già stato usato nel racconto “Method tree for murder” del 1960, tradotto in Italia col titolo “Assassinio indiretto”.

Pietro De Palma

martedì 7 novembre 2017

Margery Allingham : L’ora del becchino (More Work for the Undertaker ,1948) – trad. Diana Fonticoli – Il Giallo Mondadori N.2987 del 2009


Margery Alligham è una delle esponenti più famose della della Golden Age del romanzo poliziesco, formando assieme a Agatha Christie, Ngaio Marsh e Dorothy Sayers le cosiddette 4 “Crime Queen”
Nacque a Londra nel 1904, in una famiglia in cui il pane quotidiano era la letteratura: i genitori erano scrittori, una zia possedeva una rivista letteraria. Durante l’infanzia la famiglia si trasferì nell’Essex dove lei attese agli studi. Tornata nel 1920 a Londra, frequentò studi recitazione e conobbe il futuro marito, che la aiutò sempre nella sua attività editoriale, progettando molte delle copertine di suoi libri.
Esordì nel 1923 con Blackkerchief Dick, un romanzo in cui c’erano elementi di occultismo, senza avere un folgorante successo, e stessa cosa si ripetè più tardi, nel 1928, quando il suo primo poliziesco fu pubblicato sulla carta stampata a puntate, The White Cottage Mystery. Tuttavia il vero successo lo ebbe quando dette alle stampe il suo primo romanzo, The Crime at Black Dudley, 1929, in cui introdusse il suo personaggio fisso, Albert Campion, una via di mezzo tra vari personaggi di altri autori : il Lord Peter Wimsey (della Sayers) e il Roderick Alleyn di Ngaio Marsh (è un personaggio che oscilla nell alte sfere della nobiltà) e  Philo Vance di Van Dine (l’upper class della borghesia). Dipana misteri, ma vive anche avventure. Inoltre, confezionando i personaggi di Campion e Lugg, Allingham dimostra di aver assimilato l’idea base, seguita molte volte dagli scrittori degli anni venti e trenta, di un investigatore assistito da un suo collaboratore.
Il primo come si sa fu Sherlock Holmes col fido Watson. A rompere le scatole dello schema non fu però Leblanc, che confezionando Arsene Lupin e mettendolo a confronto con un sedicente Herlock Sholmes,  aveva messo in ridicolo il personaggio di Doyle e lui stesso, ma Chesterton che inventò il prete-detective Padre Brown dandogli come assistente collaboratore un ex ladro, Flambeau, diventato poi detective. La Allingham mi pare che attinga proprio da Chesterton e da questa idea base, per creare la coppia Campion-Lugg, non dimenticando che Flambeau è una derivazione stessa di Lupin, ladro e detective (per fini propri) nello stesso tempo.
Spesso, a differenza di altre esponenti, che fanno agire i loro personaggi solo entro contesti ben assestati di alta borghesia (in cui vittime e assassini rientrano in questo organigramma), l’Allingham non disdegnava far convivere elementi di criminalità comune nelle sue storie, in questo ereditando un clichè che era proprio dei primissimi polizieschi quelli degli anni ’10 ma anche inizio degli anni ’20 (Meirs, Wallace, Holt, Rohmer, Farjeon, etc..). Proprio in risposta a questa tendenza che si vede più volte espressa nei suoi romanzi, cioè di far convivere detection pura e una specie di hard-boiled all’inglese, le sue storie sono spesso non convenzionali e hanno notevoli punti si sorpresa.
Come appunto nel romanzo “Il giorno del becchino” (More Work for the Undertaker ,1948), un’opera che si situa nella secondà metà della sua produzione ( la prima che va grosso modo sino al 1938, comprende dieci romanzi scritti in nove anni, in cui il personaggio di Campion è predominante nella storia e ha caratteri spiccati di whodunnit; la seconda che va dal 1941 al al 1968 comprende 8 romanzi in 27 anni, in cui il personaggio principale tende a essere sminuito da altri via via presenti, e i romanzi stessi sono spesso molto più strutturati che quelli dei primi anni), con le sue più che 200 pagine, molti personaggi, molti subplots, e anche elementi di criminalità comune che rendono l’orizzonte del romanzo ancor più variegato e ricco, di quanto non appaia nelle prime pagine.
Sullo sfondo c’è una famiglia, i Palinode, un tempo il fulcro di un intero quartiere,  ridotta sul lastrico, i cui appartenenti, tutti fratelli, si comportano, alcuni come se il tempo non fosse passato, cioè con esagerata dignità di classe, trattando l’ambiente circostante come delle nullità (Evadne e anche Lawrence), altri con dignità quasi o del tutto assente, comportandosi come un indigente della massima specie, che viva di espedienti, mangiando e bevendo cose prese dai boschi o utilizzando le erbe, solo allo scopo di risparmiare (Jessica), altri ancora vivendo la propria situazione a metà, facendo parte della casa ma nel tempo stesso rigettandone le finalità, innamorata com’è di un proprio coetaneo (la nipote Clizia). Questa famiglia dimora nella propria casa, venduta nel tempo e di cui ora non sono più i proprietari ma solo dei pensionanti; condividono la loro vita, assieme ad altri inquilini, tutti un po’ strani: l’ex attore Carrie e l’ex militare, cap. Seaton. A dirigere il pensionato è Reneé, una conoscente di Campion.
Campion a malincuore si trova invischiato nella storia dei Palinode, invitato ad occuparsene anche dal cognato del suo maggiordomo e braccio destro Lugg, il becchino Bowlers.
E’ morta Ruth Palinode, ed una lettera anonima accusa il medico che ha stilato il certificato di morte, di averlo fatto frettolosamente: è una lettera velenosa, scritta da chi vuol far credere o è veramente, poco avvezza a scrivere bene. Ruth viene esumata e i resti degli organi sottoposti ad analisi, rivelano un’esagerata quantità di scopolamina, un veleno tratto da Giusquiamo, una pianta che cresce nel parco cittadino. In quest’ottica, si dispone anche l’esumazione della salma dell’altro fratello Edward, morto presumibilmente di colpo apoplettico. Ma siccome il certificato di morte, l’ha firmato lo stesso medico di famiglia che aveva attestato la causa di morte per ragioni naturali di Ruth, poi scoperta dovuta invece ad avvelenamento da scopolamina,  si dispone la riesumazione della salma anche di quest’altro fratello, che però fornisce esito negativo: è morto davvero per questioni cardiache.
Intanto però altri eventi si annodano a quello principale: in una cantina, i Bowlers fabbricano bare. Cosa trafficano con le bare, che escono di notte, da quella cantina? Apparentemente sono puliti, padre e figlio, ma Albert Campion non ci vede chiaro. Ancor più per il fatto che in fondo lui è stato invitato a occuparsi della faccenda per interessamento dei Bowlers, di Jas Bowlers, padre.
Tuttavia, questo strano e macabro traffico di bare, che avviene di notte, neanche che trasportassero morti di peste, cadaveri in decomposizione, fà da sfondo ad altri eventi che si sovrappongono, ad esempio eventi di cronaca nera che non c’entrebbero nulla col tronco principale dell’avventura, ma che qua e là appaiono e scompaiono; e in aggiunta a ciò, anche l’aspetto patrimoniale della vicenda, giacchè i Palinode sono diventati poveri anche per le vicissitudini legate alle disastrose speculazioni finanziarie di Edward che hanno spremuto le risorse finanziarie di famiglia, destinandole all’acquisto di azioni reputate da lui ottimi acquisti, ma poi rivelatesi niente più che carta straccia. Così in definitiva, perché mai qualcuno avrebbe voluto uccidere la vecchia Ruth, appartenente ad un’antica famiglia decaduta e in condizioni finanziarie pessime? Fatto sta che però Campion e la polizia scoprono che proprio pessime non sarebbero queste condizioni finanziarie, perché, anche se loro stessi non lo sanno ( o qualcuno invece lo sa?) alcune delle azioni in loro possesso e gestite dalla banca cittadina, sono legate allo sfruttamento di determinate miniere, vitali per certi interessi nazionali.
Il ginepraio in cui deve barcamenarsi Campion è quantomai arduo. A tutto ciò, si aggiunga anche che deve vagliare i moventi tra i potenziali assassini esterni e quelli interni alla casa, tra attori falliti e militari in pensione, tra cameriere pettegole e familiari superbi ma nel tempo stesso ridicoli nei loro tic, tra i quali emerge per esempio la voglia di economizzare, creando decotti e tisane che a loro modo dovrebbero fare bene apportando principi utili all’organismo, ma che invece sono estremamente tossici, quando non allucinogeni: quando per esempio, per curare un mal di denti, Jessica propina al malcapitato di turno una tisana a base di fiori di papavero che sì addormenta il mal di denti, ma che al tempo stesso lo imbottisce di oppio.
L’assassino, proprio approfittando di questo tic, cerca di eliminare un altro dei Palinode, Lawrence, facendo in modo che beva un decotto a base di cicuta, durante una festa, in cui agli invitati vengono propinati tisane di ortica e decotti di tanaceto o di erba mate; solo che il fratello, trovandosi dei frammenti di foglia in bocca e sapendo che la sorella è fissata in merito al filtraggio delle sue schifezze per ricavare dai residui altro materiale utile e quindi capendo che quella cosa che ha trangugiato non può esser stata preparata dalla stessa, fa in modo da vomitare, salvandosi la vita.
Ad aggravar il quadro della vicenda, di per sé caotico, si deve aggiungere il tentativo di omicidio del giovane  Dunning, amante di Clizia, colpito pesantemente al cranio da un corpo contundente, di cui non si capisce il fine, fino a che non viene acciuffato l’assassino, e scoperto un’ incredibile ridda di submoventi, che abbracciano la criminalità comune, le azioni ritenute nulle ed invece ricchissime, e i traffici notturni di bare e becchini. E che si collegano persino alla scopolamina usata dal dottor Crippen.
All’assassino Campion arriverà, ricordandosi dei bicchieri di sherry in cui erano inseriti dei fiori finti che aveva visto da qualche parte, e di cui qualcun altro ne conservava altri, assieme allo sherry e ad una boccetta contenente il veleno, perché costituiva attrazione per i visitatori, interessati alle vicende delittuose del dottor Crippen.
A differenza dei primi romanzi in cui il sentiero è dritto e definito, e quindi più classicamente il lettore ha in mano quasi tutti gli elementi per riuscire a valutare la vicenda nel suo insieme, qui, al lettore molto spesso vengono taciuti importanti elementi che poi portano o a scoperte nel corso del romanzo o addirittura alla scoperta finale dell’assassino, dei suoi complici e dei moventi. In questo, la Allingham si discosta palesemente dalle 20 regole elaborate da Van Dine, che erano state pedissequamente seguite nel corso degli anni ’30.
Anche lo stesso assassino arriva come un fulmine a ciel sereno, perché seppure sorprendente, forse lo è troppo, perché non è stato mai messo in rilievo nel corso del romanzo. Semmai lo è stato l’impiegato di banca, che al pari dei becchini, ha apparizioni oscure e spettrali, mischiandosi alle ombre: Congreve, fratello di una sedicente medium (amante di uno dei pensionanti) che ha inviato lettere anonime a vari personaggi della vicenda, tra cui il farmacista, un’altra delle vittime della mattanza, suicidatosi col cianuro. Ma Congreve, pur avendo conosciuto alcuni particolari della vicenda, non è l’assassino ma solo un volgare ricattatore: l’assassino è impalpabile nel corso del romanzo, fino alla sua scoperta finale: sembrerebbe che la Allingham volutamente l’abbia taciuto così da accrescere il suo ruolo nel finale.
Molti buoni propositi in questo romanzo, e tracce ereditate da altri autori: potrei citare La Rovina di casa Usher di Poe o anche La fine dei Greene di Van Dine o anche La Tragedia di Y di Queen, per quanto riguarda la serie di morti più o meno sospette tra i Palinode. Al di là di questo,
il romanzo è molto difficile da leggere, prolisso, pieno di giochi di parole, riferimenti, citazioni: non è certamente il romanzo che un lettore alle prime armi che si avvicina al genere, dovrebbe leggere. Per di più, parecchie delle citazioni e dei giochi di parola, che si perdono talora nella traduzione italiana, finiscono per appesantire la vicenda, già di per sé difficile da inquadrare. E alla fine si arriva più per forza di inerzia, e per voler davvero capire chi cavolo sia il responsabile e cosa c’entrino tutti questi subplots e submoventi, che per una effettiva tensione generata consapevolmente dallo stile della scrittrice.
Un romanzo estremamente affascinante per la trama e i personaggi surreali, ma poco adatto a chi lo voglia leggere per passare un pomeriggio: spesso, bisogna rileggere per riuscire a capire i nessi.
Un capolavoro (in inglese, la qualità stilistica dell’opera è altissima) per giallofili.

Pietro De Palma

sabato 28 ottobre 2017

Rex Stout – Alta cucina (Too Many Cooks, 1938) – trad. Gianni Montanari – I Classici del Giallo Mondadori N. 659 del 1992

Rex Stout è stato uno dei grandi romanzieri americani del ‘900, che oggi vive una specie di letargo, almeno in Mondadori. Motivi? Non so, probabilmente è che oggi, almeno in Italia, stiamo rivivendo una renaissance del Mystery e Stout non appare un grande esponente di quel genere, e non certo da porre sullo stesso piano di Carr. Però ha molti caratteri interessanti che vale la pena inquadrare.
Indubbiamente, uno di quelli che ha contribuito in certo senso a creargli una patina ambigua, è stato il giudizio di qualche critico, secondo cui Stout sarebbe una via di mezzo tra il Mystery e l’Hard-Boiled americano, una specie di Craig Rice o Jonathan Latimer, non essendo né l’uno né l’altro: Stout non ha mai dei plot entusiasmanti, come siamo portati a trovarne in Van Dine o in Queen o in Carr che pure sono americani seppure con sfumature diverse, tranne in qualche romanzo dei primi, fino all’inizio degli anni ’40, ma pure così i plot non sono mai capaci di catturare l’interesse. E nello stesso tempo, se fosse un Hard-Boiled ci dovrebbe essere violenza, e in Stout non ce n’è. Eppure, Stout piace. Perché? Perchè secondo me ha delle nuances che lo avvicinano ad alcuni grandi esponenti del Giallo Americano degli anni ’30, pur mantenendo una propria indipendenza stilistica. In particolare, il carattere che più si mette in risalto quando si parla di Stout è la sua vena vandiniana originale, o almeno la sua tendenza ad imitare qualcuna delle caratteristiche peculiari di Van Dine. Quali?
Stout inventa il suo personaggio principale, Nero Wolfe (Wolfe è chiaramente riferito a Wolf= Lupo, che è animale pericoloso ma solitario, che rifiuta l’uomo, così come Wolfe, esce raramente da casa sua, vivendo in una sorta di ghetto dorato e volontario) guardando chiaramente a Philo Vance: in questo, non poteva certamente non tenerne conto, visto che il suo primo tentativo in tal senso è Fer-de-Lance,“La traccia del serpente”, che è del 1934, tempo in cui ancora furoreggiava Van Dine. Abbiamo assistito anche noi qualche anno fa alla tendenza di imitare lo stile di qualcuno in Italia per avere successo: ne parlavo con Stefano Di Marino in un Blog, non mi ricordo quale, forse anche quello Mondadori, ma non ricordo bene, a proposito del fatto che anni fa c’era parecchia gente che per avere successo imitava il suo stile, creando cloni per esempio di Montecristo. Lui ha riconosciuto, che a mente fredda, questo accumulo di materiale eterogeneo ha finito per danneggiarlo, anche se lui, nella spinta dell’euforia, quando era e si sentiva un leader carismatico, ne difendeva la portata. Ecco questo è quanto accadde anche a Van Dine: ci fu parecchia gente che, spinta dalla necessità di farsi conoscere, cercò di emularne lo stile, creando una serie di cloni di Philo Vance, non sempre con risultati pari alle aspettative. Un esempio? Per esempio il protagonista di The Death in the Dark di Stacey Bishop (George Antheil) che è chiaramente un clone di Vance, ed anche il romanzo, tradotto in Italia come La morte nel buio (e recensito in questo Blog anni fa) ne ricorda uno in particolare: Antheil sperava di avere più successo di quanto ne ebbe, se è vero che questo piccolo capolavoro è rimasto sotterrato nelle pieghe del tempo per così tanto tempo.
Stout fu uno di questi autori à la mode, come il primo Queen, Charles Daly King, Rufus Gillmore, Anthony Abbot, la Tillett, Clason. Tuttavia, se in questi autori le caratteristiche dei personaggi principali, almeno nei primi romanzi sono esasperatamente accostabili a quelle di Philo Vance (come non pensare al De Puyster, personaggio dei primi racconti di Rufus King, così vicino a Philo Vance, anche nel tempo di apparizione da far pensare che proprio Vance sia derivato da esso?), in Stout sono più velate: è questo il dato più interessante: è come se fossimo costretti ad una caccia al tesoro nei suoi romanzi, alla ricerca di queste somiglianze, come se il lettore fosse egli stesso il detective, in una indagine che è parallela a quella principale ed ovvia in un poliziesco, ma nascosta.
Uno dei romanzi più interessanti della prima produzione stoutiana è il romanzo che mi accingo qui ad analizzare: “Alta cucina” (Too Many Cooks, 1938).
La trama è quantomeno singolare: Nero Wolfe viene invitato, come esperto indipendente, a tenere una relazione nel corso della riunione de Les Quinze Maitres, che si svolge ogni cinque anni, e che vede appunto la partecipazione dei quindici migliori chef al mondo, tutti riuniti questa volta presso la struttura dell’Hotel delle Terme Kanawha.
Mentre vi giunge in treno (e già questo è una prova terribile per Wolfe che è abituato a vivere da solo, nel suo splendido appartamento, tra la cura delle orchidee, e le portate sopraffine del suo cuoco di fiducia, soprattutto in virtù della sua considerevole mole fisica), Wolfe, che è amico di Marko Vuksic, uno dei quindici chef, viene presentato a Jerome Berin, il famoso chef inventore di uno dei piatti più mitici, Le Salsicce Mezzanotte,  la cui contraffazione è stata sempre estremamente ardua, nonostante la semplicità degli ingredienti: Nero Wolfe tenta in tutti i modi di convincerlo, di adularlo, di tentarlo, al fine di ottenerne la ricetta per poterla gustare lui solo, nel suo eremitaggio, non facendosela nemmeno preparare dal suo cuoco, per non divulgarla. Ma non ci riesce. Tuttavia in questo primo colloquio Wolfe capta che c’è più di uno, tra i partecipanti a quella singolare riunione, a nutrire sentimenti non certo di fraternità cristiana nei confronti di John Lazlo, chef dell’Hotel Churchill di Londra, a causa della condotta avventurosa di questi che non ha mai rinunciato a fare dello spionaggio nei confronti dei suoi colleghi al fine di carpirne le ricette migliori o a rubare i loro assistenti più promettenti. Così Lazlo non si è fatto certamente degli amici. Non ha nemmeno eccellenti rapporti col suocero, lo chef italiano Dino Rossi, la cui figlia ha rubato al primo marito, Vuksic, amico di Wolfe.
Alla riunione, si scatenano le vene creative de I Quindici che cominciano a ingurgitare, tracannare e apprezzare le tante proposte culinarie: gli anatroccoli, le ostriche, le tartarughe di acqua dolce, e chi più ne ha più ne metta. Il fattaccio si verifica quando affrontano i piccioni: Les Quinze Maitres secondo un ordine prefissato, dovranno tagliare i piccioni e gustarli accompagnandoli alla Salsa Primavera, una creazione di Lazlo, cercando di riconoscerne tutti gli ingredienti, ognuno in separata sede dagli altri, nella Stanza da pranzo dell’Hotel. Tutto va bene finchè si arriva a Berin e Vuksic. Infatti, tra l’entrata del primo e quella del secondo, Lazlo scompare dalla Sala da Pranzo: quando entra Berin c’è ancora, quando invece è la volta di Vuksic, egli non lo vede, ma non ne avverte la mancanza, visti i pessimi rapporti comuni; qualche minuto dopo, tuttavia, è Nero Wolfe, ammesso anche lui alla prova, a scoprirne il cadavere, dietro un paravento, già bello stecchito come una salsiccia, ucciso con una coltellata nel fianco, inferta con uno dei due coltelli usarti per tagliare i piccioni.
Il Sostituto Procuratore Distrettuale Tolman, alla prima esperienza, non vuole sbagliare, perché, lo capisce subito, sarebbe controindicativo sbagliare e fregarsi la carriera futura: pertanto cerca di blandire Nero Wolfe, anche tramite lo sceriffo, a dare una mano, ma non ricevendo inizialmente alcun aiuto. Nero, pur protestando la sua innocenza, riconosciuta anche in virtù della fama raggiunta con la risoluzione di casi precedenti, e della considerazione generale, non si sente minimamente coinvolto nel caso, e anzi vuole andare via il più presto possibile per ritornare nella pace del suo appartamento dopo aver tenuto la sua relazione a difesa della gastronomia americana troppo bistrattata da altre più rinomate in sede internazionale. Tuttavia avverrà qualcosa che ne farà mutare la condotta.
Infatti, basandosi sull’odio reciproco, e quindi sulla esistenza di un movente, pur non avendo prove incontrovertibili, dovendo pure arrestare qualcuno, il Sostituto Procuratore fà trarre in arresto Berin. Per Nero, chiamato in causa dalla di lui figlia, Costanza, sarebbe il modo di trarne beneficio, facendosi rivelare la ricetta delle Salsicce. Così si mette alla caccia dell’assassino, cercando innanzitutto le prove dell’innocenza di Jerome, e cercando ricostruire la dinamica dell’assassinio.
Inoltre, mentre Wolfe ricostruisce la vicenda, l’assassino fuggito senza che la polizia avesse minimamente fatto il benchè minimo tentativo di cercare dia cciuffarlo lì per lì, pur avvisata tempestivamente da Wolfe e dal suo assitente Archie Gooldwin, non sapendo che Wolfe ha rifiutato di aiutare Sceriffo e Giudice nel ricostruire la verità, temendo che riesca a individuarlo, tenta di ucciderlo, sparandogli dalla finestra, a distanza ravvicinata, protetto dal buio della notte, ma Archie, col suo sesto senso, avvertendo una presenza vicina, riesce a deviare la traiettoria del proiettile lanciando davanti alla finestra, prima che che il colpo parta, una frazione prima, il blocco degli appunti nei quali è scritta la relazione di Wolfe da tenersi davanti a Les Quinze, in realtà dieci, perché due non sono venuti e tre..sono defunti prima che si arrivasse alla riunione.
Ben presto Wolfe mette in relazione l’assassinio con il rumore della radio, alla cui musica diffusa, Vuksic ha esitato ad entrare nella sala dove avrebbe dovuto sottoporsi alla prova, tentato dalla sua ex-moglie; ricostruisce i movimenti delle singole persone che tutte quante negano di essersi avvicinate alla Sala da Pranzo, ed invece beccandone una, Leo, moglie di Lawrence Coyne, un altro dei Quinze, che afferma di essersi ferita un dito nella mano chiudendo una porta invece di un’altra e venendo smascherata dalle rivelazioni del personale dell’albergo. Essa è stata la testimone di una scenetta, che Nero mette in direzione diretta con l’omicidio: un dipendente di colore, con la livrea dell’albergo, vicino al paravento dove è stato trovato il cadavere di Lazlo, avrebbe fatto il gesto di imporre il silenzio, mettendosi un dito sulle labbra, rivolto ad altro personaggio di pelle nera dell’albergo. Tutto ciò costringe Nero a vagliare la posizione dei vari dipendenti del personale dell’albergo in servizione quella sera, finchè trova che uno dei tanti, studente alla Harvard University, che si paga gli studi lavorando, è quello che è stato diretto testimone della scena. Tuttavia egli rivela a Wolfe un fatto che sconvolge interamente il quadro probante: il personaggio che egli ha visto non era nero di pelle, ma era travestito in modo da far pensare che fosse di quel tipo di carnagione: “è un bianco”, afferma…. Si è tinto la faccia col nero dei turaccioli bruciati, e indossava dei guanti aderenti di colore nero: egli tuttavia ha pensato che si trattasse di uno scherzo tra i partecipanti della festa e quindi ha taciuto il fatto. Un altro dei dipendenti poi, chiamato a sua volta in causa, rivela che andando ad investigare perché il collega, inviato in Sala da Pranzo a prendere la paprika, ritardasse così tanto, aveva anche lui visto qualcuno, abbigliato come descritto da…, andare via uscendo dalla porta finestra della Sala da Pranzo. Questa ulteriore rivelazione sconvolge i piani accusatori del Procuratore perché sembra prendere in esame l’intervento di una persona che potrebbe essere venuta anche dall’esterno e quindi non rientrare più tra le persone presenti lì in Hotel: un sicario inviato ad uccidere Lazlo. Ma per quale ragione? E davvero si è trattato di un sicario, oppure è qualcuno che ha finto di esserlo e si è travestito per ingannare tutti?
Ed è da mettere in relazione col tutto il tentativo di Lazlo, prima di essere ucciso, di imbrogliare la prova, cambiando l’ordine dei piatti da esaminare dalle persone ammesse alla prova? Può aver influito sulla dinamica dell’omicidio? Infatti ciascuno degli Chef avrebbe dovuto individuare gli ingredienti della salsa inventata da Lazlo, sulla base tuttavia di un altro aggiunto di proposito da lui che variava nell’ordine della partecipazione: a ciascun piatto, indicato da un numero, era assegnata una determinata salsa variata. Lazlo aveva cercato di imbrogliare fino alla fine, imbrogliando l’ordine delle salse, in modo da rendere ancora più ardua la prova: gli Chef, almeno i due che si scopre erano poi stati gli unici ad essere stati sfavoriti maggiormente, cioè Vuksic e Berin, avevano dovuto riconoscere nella salsa un ingrediente che in realtà nella loro non c’era perché appartenente all’altro.
Wolfe, troverà ancora molti indizi prima di capire chi abbia ucciso Lazlo e perché?
Capolavoro riconosciuto, Too Many Cooks ha avuto un cammino subito in discesa, merito dell’idea della prova e dei soggetti chiamati in causa: fino a quel momento un cuoco non era mai stato chiamato in causa in un omicidio. Non tragga tuttavia in inganno la scelta: è perfettamente in linea con l’ascendenza vandiniana di questo primo Stout anche se tuttavia..singolare. Infatti, il carattere più evidente della “nidiata vandiniana” è che per la prima volta, in maniera decisa, si fissa la peculiarità che il delitto di un certo tipo, premeditato ancor meglio, frutto di una mende diabolica ma straordinariamente intelligente, non può che essere il prodotto di una classe socio-economica elevata. E del resto, tutti i delitti che avvengono nei romanzi di Daly King, Ellery Queen, Abbot, Stout e naturalmente, Van Dine, sono il prodotto di una classe emergente: l’Alta Borghesia, tipica del mondo finanziario e del mito del Self Made Man tipicamente americano. E tutti questi Quinze Maitres, non sono semplici cuochi, ma Maestri di fama internazionale, che guadagnano somme astronomiche. Inoltre è presente anche un altro carattere vandiniano, riconoscibilissimo: il detective  ha una grande cultura personale.
Mentre Philo Vance era esperto di arti, soprattutto figurative, Nero Wolfe è esperto di arte…culinaria. E in questo Rex Stout stesso si manifesta molto vicino a Van Dine : infatti, mentre Van Dine stesso, grande esperto e critico d’arte statunitense, immise nel suo personaggio le sue aspirazioni e le sue conoscenze, così Nero Wolfe è lo specchio di Rex Stout, grande esperto, gourmet e gastronomo della cucina americana. Questo lo si apprezza nelle pagine riservate alle indicazioni contenute nel discorso che Nero Wolfe dovrebbe tenere, in cui peraltro viene fatto sfoggio in talune occasioni anche della lingua francese.
La cosa singolare è un carattere singolare che lo identifica non proprio come un seguace pedissequo del “verbo vandiniano”, ma come invece un romanziere che cerca una propria strada: in contrapposizione con “le venti regole da osservare nella scrittura di un romanzo poliziesco” elaborate da Van Dine e con le dieci derivate, di Knox, Stout affaccia per la prima volta un’alternativa sua personale: al divieto di far identificare l’assassino in un personaggio estraneo al numero dei sospettati, egli inserisce la possibilità che l’assassino possa essere venuto dal di fuori e quindi che non fosse uno dei presenti. Tuttavia anche questa sua alternativa deve essere vista nell’ambito del quadro temporale in cui viene elaborata.
Nel 1938, Van Dine non è più l’elemento caratterizzante della scena culturale letteraria statunitense, anzi vive un momento di reflusso (morirà a distanza di un anno) e già non ha prodotto più romanzi di grande impatto, riconosciuti dalla critica, e originali, a partire da Signori, il gioco è fatto!, ultimo romanzo originale, pervaso di grande penetrazione psicologica, che è stato scritto nel 1934. Nel momento in cui scrive Too Many Cooks, la scena americana è riservata ad altri autori, tra cui Stout stesso, tipo Daly King, Ellery Queen, Jonathan Latimer, Dashiel Hammett, John Dickson Carr, diversi nella propria proposta narrativa, ma tutti di primo piano. Stout quindi, che è riuscito già a ritagliarsi una nicchia di lettori, può tentare una via nuova e cercare di allontanarsi sensibilmente dal modello originale, cosa che peraltro è già avvenuta in Ellery Queen con un romanzo già diverso come “La porta chiusa” e due altri “nuovi”come “Hollywood in subbuglio” e “Il Quattro di cuori”, entrambi del 1938, testimoni di nuovo modo di proporre l’indagine e i rapporti del protagonista con la società circostante.
Ma il carattere di portata eccezionale, per cui Stout si manifesta scrittore al di là del poliziesco tout court, che egli inserisce in questo suo romanzo, è la presa di posizione contro il razzismo, una delle prime voci contro l’apartheid, da parte di una classe emergente di scrittori, che non solo fa divertire il proprio pubblico ma lo fà anche pensare, portando avanti, nelle pagine di un libro, una proposta politica assolutamente rivoluzionaria per l’epoca. La cosa è tanto più intenzionale in quanto la sede della trama, le Terme Kanawha, è posta in West Virginia, uno degli Stati del Sud, in cui era ancora presente in quel tempo una cultura pervasa di gretta difesa dei propri ideali e di razzismo più che palese, ben prima che il John Ball dell’Ispettore Tibbs apparisse sulla scena internazionale. La cosa è tanto più interessante quando si analizzi la figura di Stout, esponente della sinistra progressista, tanto impegnato politicamente e ideologicamente da essere stato inquisito più volte durante “la caccia alle streghe” intrapresa dal senatore McCarth, dal direttore dell’FBI Hoover, portatore di una ideologia che è anche culturale, propria degli stati industriali del nord, contrapposta a quella a difesa dei diritti dei bianchi degli stati del sud, ideologia che egli trasferisce come un suo alter ego nel suo Nero Wolfe. Nei capitoli 10 e 11 Nero Wolfe riesce, con la dolcezza, a ottenere delle informazioni proprio da quei dipendenti  (si noti come il personale dell’albergo si componga solo di lavoratori di colore) che, prima, bruscamente interrogati dallo sceriffo (esponente della cultura “bianca” imperante che impone a questa classe di individui solo lavori manuali rifiutati dalla società dei bianchi e non tollera e sottovaluta lo sforzo di alcuni di loro di elevarsi socialmente e culturalmente), non avevano detto di ciò nulla. E nel tempo stesso li difende dalla giustizia, ottenendo che essi non vengano inquisiti e neanche costretti a rimanere in città fino al processo (Nero Wolfe prende le difese dello studente-lavoratore Paul Whipple), contro la pretesa dello sceriffo Pettigrew di incriminarli per reticenza quando non costringerli a rimanere in città, per poi perseguitarli in un secondo tempo; tra i due si interpone la figura del procuratore, il quale, pur esponente dell’Alta Borghesia degli Stati del Sud, è pur sempre un individuo che deve fare di necessità virtù, e che quindi, per avere da Nero Wolfe le prove che una certa persona sia l’assassino, che egli sia stato aiutato da altra persona, che abbia agito con lui allo scopo premeditato di uccidere Lazlo, riconoscendo allo stesso tempo che Berin non possa essere stato l’uccisore, non esita ad accettare le 4 condizioni impostegli dal detective, imprescindibili per avere ragione in aula e riportare un successo personale. E’ una figura tutto sommato positiva: imbranato, goffo, impacciato, innamorato della figlia di Berin, che pure lui ha arrestato, non sa darsi pace, ancora quando il colpevole ed il complice sono stati arrestati, del livore che Costanza Berin gli palesa, e per questo il buon Archie, gran tombeur de femmes, lo aiuterà, nel finale del libro, rovesciando addosso a Costanza il suo drink a mettendo Tolman nella condizione di asciugarle il vestito, e quindi di ristabilire tra i due l’idillio amoroso che l’arresto del padre di lei aveva interrotto.
Sempre nell’alveo della presa di posizione di Wolfe a favore dei lavoratori di colore, noto un altro carattere interessante: non c’è solo la contrapposizione tra bianchi e neri, tra Pettigrew e Whipple per esempio, o Moulton, altro lavoratore di colore e capo dei camerieri, ma anche tra bianchi (Wolfe, e Pettigrew e Tolman): si osservi come Stout ridicolizzi lo sceriffo, descrivendone la strabicità, ed invece descriva positivamente Whipple; ma c’è anche  il diverso atteggiamento dinanzi a Wolfe dei dipendenti di colore, una contrapposizione che è non solo sociale, ma culturale ed ideologica: Moulton è espressione della maggioranza nera che ha accettato di servire e che rimprovera a Whipple la sua audacia verbale e il suo orgoglio personale, mentre Whipple invece rappresenta la nuova generazione “nera” che cerca un affrancamento anche culturale: Gli occhi di Wolfe si spostarono oltre: – Signor Whipple, vi conosco, naturalmente. Siete un cameriere abile e attento, a cena siete riuscito ad anticipare i miei desideri. Sembrate giovane per aver acquisito tanta competenza. Quanti anni avete? Il giovanotto con il naso schiacciato fisso Wolfe dritto negli occhi e disse: – Ventuno. Moulton, il capo cameriere, gli lanciò una occhiataccia e borbottò: – Devi dire “signore”. – Poi si rivolse a Wolfe: – Paul studia all’università. – Capisco. E in quale ateneo, signor Whipple? All’Howard University. Signore. (si noti come il “Signore”, posto da solo, ne accentui la forza dirompente e anche una forma di forzato rispetto, prontamente riconosciuto da Wolfe). Wolfeagitò un dito. – Se il Signore non vi va a genio, fatene pure a meno. La coprtesia forzata è peggio della scortesia. Frequentate l’università per farvi una cultura? – Mi interessa l’antropologia. – Davvero. Ho conosciuto Franz Boas, e possiedo tutti i suoi libri con dedica autografa…Vi rammento che Lawrence Dunbar una volta ha detto: “ la cosa migliore che un opossum sia in grado di fare è riempire una pancia vuota”. Il giovanotto lo guardò sbalordito. – Conoscete Dunbar ? – Certo, non sono un barbaro. (pagg. 134-135).
Il dialogo esemplifica come Wolfe, facendo leva proprio su una umanità che è anche psicologia applicata, riesca ad entrare nella guardia alzata di Whipple e a farla abbassare, parlando non da suo superiore ma da persona che possieda una tale cultura, l’unica cosa che Whipple riconosce come mezzo per affrancarsi dalla situazione di schiavitù anche sociale, ottenendo l’ammirazione del giovane. Osservo infine come la stessa presa di posizione di Stout contro il razzismo (figlio di quaccheri dell’Indiana e quindi espressione della cultura del Nord) sia espressione ideologica di un progressismo liberale che si tinge talora di socialismo, e che si distingue chiaramente da quella di Van Dine, pur espressione della intelleghentja new yorkese, ma pur sempre di destra, esaltatore del mito nietzschiano del super-uomo, di cui Philo Vance è fedele espressione, e che mai aveva espresso sentimenti radicali di sovversione sociale se non rispetto culturale, umano e sociale di un’altra classe, ancora ritenuta, settant’anni dalla fine della Guerra di Secessione, una “classe inferiore”.
Un altro carattere che si evince dalla lettura, e qui termino, è l’atmosfera tutta particolare, che si respira, e che è affidata alle descrizioni veramente maniacali sia degli ambienti che delle portate culinarie, di cui è espressione il linguaggio pregnante di Stout, che si esplica in un’affabulazione senza limiti, piena di riferimenti dotti ed espressioni caratterizzanti, di cui è espressione la traduzione sontuosa di Gianni Montanari. Proprio a questo riguardo, osservo come questo sia uno dei pochi casi di ritraduzioni dello stesso testo che riconosco come necessari per operare una rivalutazione dello stesso, la cui forza già emergeva nella traduzione sforbiciata di Alfredo Pitta, ma che solo quella integrale di Montanari riesce a far mergere compiutamente.

Pietro De Palma