martedì 18 aprile 2017

Edogawa Ranpo: La belva nell’ombra (Inju, 1928), trad: Graziana Canova, con introduzione di Maria Teresa Orsi - Letteratura universale Marsilio,1992.




Lo so che molti di quelli che leggeranno questo pezzo rimarranno inizialmente interdetti: Edogawa Ranpo è un nome sconosciuto ai più, scomparso nel 1965, ma ritenuto all’epoca, anche in Occidente, dai due cugini Queen, uno dei più grandi autori del mondo per quanto riguarda racconti. Ma Edogawa Ranpo è anche diventato un mito per i suoi romanzi, anche se di essi, in Italia, solo due son stati pubblicati: uno oramai esaurito, “Il mostro cieco”, pubblicato nel 1994 da Marcos Y Marcos; e uno dei suoi capolavori, Inju tradotto in Italia da Marsilio nel 1992 e più volte ripubblicato, col titolo “La belva nell’ombra”. Ed è proprio di quest’ultimo che parlo oggi.
A dire il vero, Edogawa Ranpo non l’avevo mai letto pur avendone sentito parlare; e quando in passato avevo cercato di cercare di beccare uno dei romanzi tradotti in Italia mi ero scontrato con le frasi lapidarie dei librai “E’ un titolo vecchio”, “Forse possiamo fare un tentativo ma poi non le assicuro che arrivi, anzi è più facile che accada questo” etc.. Insomma, avevo dato un taglio. Aspettavo di poter leggere in italiano qualcosa: essendo rimasto folgorato dai racconti del volume Urania, che consiglio a chi l’avesse perso, di procurarsi, ho ridato fiato ai miei antichi desideri, e stavolta mi sono intestardito andando al di là della frasi di prammatica che ho risentito; e stavolta ho tentato di ordinare il volume Marsilio, anche se mi avevano detto che al loro computer esistevano in giro solo tre quattro volumi in Italia presenti in librerie dello stesso circuito, trattandosi di una vecchia edizione; e del resto l’edizione economica era già esaurita. Ho tentato. E dopo una settimana mi è arrivato.
Edogawa Ranpo è un genio: elabora la tradizione occidentale del romanzo giallo inserendolo in una cornice tipicamente giapponese e adattandolo alla società del suo paese. Eredita soprattutto Edgar Allan Poe: infatti, nato come Hirai Taro, cambia ad un certo punto il suo nome e cognome in Edogawa Ranpo (letto in giapponese è molto vicino eufonicamente a Edgar Allan Poe). Ma poi rivaluta tutta la tradizione occidentale, da Conan Doyle ad Agatha Christie, creando delle opere in cui l’abisso della perdizione è totale, e in cui si agitano turbe psicologiche assieme ad orrendi misfatti, e il tutto in un crescendo di angoscia, tutto personale.
La Belva nell’Ombra parla di uno scrittore di romanzi polizieschi, che in virtù della sua predisposizione all’analisi e alla deduzione, viene trascinato in un vortice da cui non si saprà rialzare (forse); e in esso, troviamo  Tutto comincia quando Samukawa, scrittore di romanzi polizieschi, in un museo dove sono conservate varie statue di Buddha, vede una donna bellissima, fermarsi davanti alla vetrina che lui sta guardando. Ben presto cominciano a parlare del più e del meno. Viene a sapere che si chiama Oyamada Shizuko, e che è moglie di Oyamada Rokuro, un uomo d’affari amministratore della Ditta Rokuroku, molto più anziano di lei: la osserva nel suo kimono avanzare con leggiadria, e in cuor suo comincia a provare qualcosa per lei, e decide di scoprire perché sulla sua schiena presume ci siano segni di frustate, di cui si intravedono le estreme propaggini sulla nuca e sul collo. Nei giorni che seguono, egli viene a sapere che la sua amica è perseguitata da un suo vecchio amore, un altro scrittore di polizieschi, che Samukawa conosce per sentito dire: Oe Shundei. Questi non ha perdonato a Shizuko di averlo abbandonato, e nonostante lei fosse riuscita a far perdere le proprie tracce, è tuttavia riuscito a ritrovarla e le ha scritto delle lettere con cui ha annunciato la volontà di uccidere suo marito Oyamada Rokuro e poi lei stessa.
Samukawa sente il dovere di fare qualcosa per lei e si improvvisa detective. Comincia a frequentarla, ad andare a casa sua. E nello stesso tempo decide di investigare su Shundei: decide di avvalersi di Honda un redattore di una rivista che ha pubblicato opere di Shundei e gli chiede notizie e se le lettere che gli ha fatto leggere Shizuko possano essere state in effetti vergate da Shundei, giacchè Honda conosce il modo di scrivere di quello: Honda gli risponde che la calligrafia è la sua e innegabilmente anche il modo di usare espressioni verbali e aggettivi gli è proprio. Anzi Honda gli dice che lui Shundei l’ha visto: è un grassone che un giorno ha visto vestito da clown ad un parco, mentre distribuiva del materiale di pubblicità per Shundei. In realtà quello che si sa di lui è poco: si sa che è grasso e che vive isolato, chiuso ermeticamente in una casa, e che per un certo tempo è stato sposato.
Un bel giorno, mentre Samukawa è a casa di Shizuko, ella improvvisamente gli fa cenno di stare zitto, e allora percepiscono uno strano ticchettio, un orologio che però non si riesce a trovare: il ticchettio, scoprono, proviene dal soffitto della casa, laddove si vede una crepa. Shizuko gliela indica e gli dice che qualche giorno fa ha visto degli occhi feroci che la fissavano: possibile che Shundei si sia potuto introdurre nel soffitto della casa senza che lei e il marito l’abbiano scoperto?
Fatto sta che così viene spiegato il perché Shundei nelle lettere che continuano ad arrivare a Shizuko, possa conoscere tanti aspetti della sua vita intima: forse ha assistito anche ai rituali sadomasochistici di Shizuko col marito, che, nei momenti di passione, ne flagella la schiena con un frustino che ha comprato all’estero.
Samukawa decide di penetrare nel soffitto e capisce pure come Shundei potrebbe aver fatto, all’insaputa dei due coniugi, perlustra la sofitta, trovandola insolitamente pulita e poi..trova un bottone. Da quando quel bottone è lì? Le donne che hanno pulito il soffitto dicono che quando l’hanno pulito tempo prima, quel bottone non c’era. Il bottone sarà l’indizio che porterà  Samukawa ad una stupefacente serie di osservazioni, deduzioni e controdeduzioni fino alla fine del romanzo.
Shizuko gli rivela giorni dopo che lei Shundei l’ha visto mentre la osservava dietro la finestra, come “una belva nell’ombra”. Questa percezione fa da prologo al delitto di Oyamada: un giorno arriva e dopo essersi trattenuto con la moglie, decide di andare a trovare un suo amico; uscito dalla casa di quegli, non ritornerà più a casa: verrà trovato l’indomani sotto una chiatta che naviga nel fiume in un modo orrendo: una signora che è andata nella toilette, un cesso alla turca, vede prima che si appropinqui a ciò per cui in quella ritirata è entrata, un volto apparire dall’acqua, attraverso il buco del cesso. Il corpo verrà tolto da sotto il battello: è proprio Oyamada, nudo o quasi, con una profonda ferita che ha perforato il polmone e ne ha determinato la morte e con una strana parrucca.
Tutti ora cercano Oe Shundei ma non lo trovano: sembra essere svanito, pure dalla sua casa. La cosa strana è che dal momento in cui muore Oyamada cessano anche le lettere di Shundei.
Oyamada è stato ucciso da Shundei? E perché ora che quello è morto le lettere anonime cessano? Possibile che Shundei e Oyamada fossero la stessa persona?, si chiede il lettore sempre più appassionato. Oppure che Oyamada per qualche perverso desiderio abbia impersonato Shundei per terrorizzare la moglie? Oppure Shundei e Shizuko assieme hanno messo su questa storia allo scopo di uccidere Oyamada? Oppure..altro?
Tanti gli interrogativi che Samukawa sviluppa, e quello che scopre gli da la certezza che sia la verità: Shundei ha ucciso Oyamada, non vicino alla chiatta ma a monte, vicino alla casa di Shizuko, e poi l’ha fatto portare dalla corrente. Ma poi scoprirà dell’altro Samukawa, che gli farà capire che qualcuno lo ha usato per giungere ad una verità al fine di celarne un’altra. E intanto si è innamorato ricambiato dalla sua Shizuko e insieme passano giornate di passione lussuriosa e anche lui al climax della passione la percuote con quel frustino che lei gli ha portato perché la frusti come soleva fare Oyamada.
Straordinario romanzo, straordinario poliziesco, tutto giocato sulla psicologia dei personaggi, sul sapersi mettere al posto del criminale e giungere alle sue stesse realizzazioni, attraverso labirintici percorsi cerebrali, giocati sull’alternanza del vero e del falso, su ombre che si rincorrono, su verità che non sa se siano tali o solo bugie abilmente usate; e insieme anche romanzo erotico, morboso, con tratti di perversione che lo rendono unico, e molto attuale. Ma molto, molto raffinato.
Sembrerebbe un romanzo di qualche tempo fa. Poi si legge la data e si rimane frastornati: 1928.
Quando Ellery Queen non aveva ancora scritto il suo primo capolavoro, già Edogawa Ranpo scriveva qualcosa di assolutamente delirante, e..badate bene, molto occidentale. Perché la soluzione (ma è poi la vera soluzione) è quantomai banale, per quanto essa sia cerebralmente il massimo della premeditazione.
Il fatto è che Samukawa, quando avrà distrutto la sua precedente risoluzione a vantaggio di un’altra ancor più contorta, elaborata sulla base del famoso bottone, e anche della parrucca, non sarà neanche sicuro di aver imbroccato quella giusta, perché rimarrà sempre col dubbio, che invece la prima fosse giusta, o meglio la vera verità gli si avvicinasse.
Un romanzo, che non può assolutamente mancare nella biblioteca di un amante della letteratura poliziesca.

P. De Palma

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